Bologna Città del Cibo e
dei manifestanti

di Andrea Dal Cero

 

“Luminoso e bello era il cielo, dolce l’aria e splendido l’aspetto di ogni cosa intorno” giovedì mattina. Ho virgolettato le prime parole perché le potreste ritrovare, se mossi dalla curiosità, all’inizio del quinto capitolo del Circolo Pickwick. Mentre zucchero il caffè comodamente seduto fuori dal Bar della Giovanna e dò un’occhiata ai titoli del giornale penso a quanto siano immotivate le argomentazioni delle Cassandre che sostengono che non ci sono più le mezze stagioni e mi godo il primo vero sole di quest’anno. Dopo le pagine dagli scacchieri delle guerre non dichiarate arrivo ad un titolo inquietante: “Il mais transgenico è tra noi”.
La storia la conosco, ma preferisco farmela raccontare dal mio guru agroalimentare di riferimento. “La moratoria de facto che resisteva dal 1998 è finita - mi dice lui al telefono - e così l’Italia ha ammesso al consumo questo nuovo mais che si chiama BT-11 che è frutto della ricerca privata svizzera ed è stato modificato geneticamente per resistere agli attacchi di un coleottero piccolo ma tignoso che si chiama Piralide. D’altronde era già presente da un pezzo in molte merendine per bambini e prodotti da forno e chi non ha l’accortezza e la preparazione per leggere e sapere interpretare un’etichetta se lo sta già mangiando da qualche anno”. Mi consolo pensando che, almeno per il momento, resiste il divieto di coltivarlo in Italia, ma non sono ottimista più di tanto in proposito. Indignato per la faccenda del BT-11, ripensando a quanto ci ha fatto discutere e a quanto ci farà tribolare in futuro, mi avvio verso palazzo D’Accursio dove è già in corso il convegno sulle prospettive dell’internazionalizzazione della filiera alimentare.
Incontro gente e perdo tempo, tanto delle prospettive alimentari che ci aspettano abbiamo già parlato prima. Non voglio perdermi però il “rito del condimento” della tagliatella, piatto ufficiale di questa edizione di Bologna e le Città del Cibo. Sono curioso di conoscere gli Apostoli della Tagliatella che, con estrema gentilezza, mi avevano il mese scorso invitato ad una loro serata a cui non avevo potuto partecipare. In Sala Anziani c’è un po’ di confusione e tanta gente che non conosco mescolata ai volti del colleghi della stampa e degli amministratori pubblici collegati alla promozione di gastronomia e turismo. La sociologa Egeria Di Nallo invoca prepotentemente il silenzio mentre una forma scavata di parmigiano al centro della tavola degli oratori si appresta a far da piatto da portata per le tagliatelle in arrivo di cui si avverte già il profumo. (A proposito: diffidate sempre dei locali in cui il primo piatto, specie il risotto in bianco, viene servito nella forma di parmigiano scavata e lasciata in tavola. Di solito viene riciclata più volte e, poiché non può essere lavata bene, non dà sufficienti garanzie di igiene.)
La Di Nallo non fa in tempo a cominciare il suo discorso che dalla porta socchiusa si vede apparire una mano che stringe un palloncino fatto a coniglietto che fluttua sorridente verso la volta della sala. Dopo un attimo entra anche il proprietario della mano seguito a ruota da una pattuglia di amici suoi. Tutti hanno cartelli sul tipo “carne uguale cancro” oppure “W la verdura” e in un tripudio di colori, coniglietti e manifesti cominciano a distribuire volantini su cui è scritto: “L’attuale amministrazione comunale, nella promozione di un’iniziativa volta alla sponsorizzazione di cibi tradizionali della cucina emiliana, si rende colpevole di una scelta irresponsabile”.
La confusione è notevole: Marco Macciantelli ed Enzo Raisi si stanno chiedendo per la prima volta in vita loro se la tagliatella è di destra o di sinistra, i cuochi non si vedono, i partecipanti al “rito” spazzano via il piatto ufficiale del 2004 perseguitati dagli attivisti vegetariani.
Una signora anni Sessanta con tanto di palloncino, cartello con scritta “W il vegetarismo” e l’ombelico in bella vista, sfruttando la mia leggera miopia mi strappa dapprima un sorriso da lontano, quindi mi si avvicina abbastanza perché la metta a fuoco bene (sic) e comincia a tartassarmi: “Tu scrivi per il supplemento del Domani e queste cose le devi dire - mi urla nelle orecchie - è giusto che la gente sappia che la salute di tutti è in pericolo!” Le rispondo, dapprima gentilmente, che non può impormi un argomento di conversazione e poi, con maggiore decisione, che non ho nessuna voglia di parlare con lei. Mentre l’attempata hippy continua ad urlarmi nelle orecchie arriva una vigilessa che le si aggrappa al cartello. Tira di qua, tira di là, il cartello si rompe e cominciano le accuse. “Mi ha strappato il cartello” urla la vegetariana invocando l’attenzione delle telecamere”. “Si è rotto da solo mentre parlavamo” si schermisce la vigilessa imbarazzata e neanche tanto colpevole. “E tu - continua la suffragetta della verdura guardandomi dritta negli occhi - tu queste cose le devi scrivere!”
Ne ho abbastanza e me ne vado. Mentre mi bevo un siberiano liscio al Bar Romano, seduto tra turisti francesi e giapponesi mi chiedo perché proprio io dovrei scrivere di questa cosa. Ma davvero la linea editoriale di questo giornale ritiene che la tagliatella sia di destra?