Non
è vero che tutto fa brodo
Piatto tradizionale della stagione fredda, uno dei cibi più
antichi e meno considerati dalla letteratura gastronomica
di Andrea Dal Cero
Parlar
del brodo è come mettere limiti allinfinito. Il brodo
è un assioma, una constatazione di fatto, una costante nella
vita di ognuno di noi di cui, però, non si tratta mai: lo si
sorbisce punto e basta! E probabilmente uno dei cibi più
antichi e rudimentali, ma non ha mai fatto la storia della cucina
o quella delluomo. Per ogni cosa che ci mettiamo in bocca ci
sono tradizioni e leggende; per il brodo no. Ci si limita a dire che
cè sempre stato e che ci sarà sempre. Se chiedete
a un cuoco o a una massaia la ricetta dei tortellini, impiegherete
una mezza giornata ad ascoltare la risposta che tratterà inevitabilmente
dei componenti dellimpasto (vecchia polemica su cui ora si sorvola),
di come si fa e si tira la sfoglia, di come si chiudono e di quanto
tempo è necessario per farli lievemente asciugare. Dopodiché
il piatto è praticamente pronto: basta farli cuocere nel brodo
bollente, tutto qui. Ma è possibile che ci sia da dire così
poco sul brodo?
Brillat-Savarin, nato prima della rivoluzione francese,
comincia ad interessarsene nella sua opera La fisiologia
del gusto che, essendo del 1825, rispecchia un po
lo spirito della restaurazione. Di questo autore però non amo
parlare perché Charles Baudelaire, di cui
mi fido, diceva fosse un uomo molto celebre e un imbecille al
tempo stesso a motivo della sua completa disinformazione in
fatto di vino. Non si può pretendere di scrivere un
trattato a proposito delligiene e del piacere della tavola -
sosteneva Baudelaire - affermando semplicemente che il vino è
un liquore che si fa con il frutto della vite e basta.
Nello stesso periodo nascevano nellItalia scossa da moti carbonari
e progetti di indipendenza Giovanni Nelli e Pellegrino
Artusi: attenti a questi due e soprattutto al primo, di cui,
a torto, poco si parla. Il Nelli, personaggio di grandi interessi
e cultura, pubblica nel 1868 a Milano (23 anni prima del lavoro dellArtusi)
Il re dei cuochi che è tuttora
uno dei testi più completi della cucina italiana. Largomento
del primo capitolo è proprio dei brodi e dei sughi. Il
brodo costituisce uno degli alimenti liquidi delluomo ed è
il principale elemento della buona cucina afferma lautore
che argomenta del Gran Brodo, scrivendolo con due maiuscole, intendendo
quello a cui noi siamo più abituati: carne di manzo, gallina
e vitello nellacqua fredda; carote, cipolle, sedano, chiodi
di garofano nella reticella. Ma non trascura quello di vitello, di
pollame, di pernice. Tratta anche del brodo consumato e del modo di
realizzare il concentrato e le tavolette. Si raccomanda inoltre di
mettere la maggiore attenzione nel togliere la schiuma prima che lebollizione
la faccia sciogliere, il che renderebbe torbido il brodo.
La fine del secolo savvicina e nel 91 esce la prima edizione
de La scienza in cucina e larte di mangiar bene
di quel Pellegrino Artusi che, nato a Forlimpopoli e rifugiatosi a
Firenze per lo spavento che Stefano Pelloni detto il Passatore gli
aveva fatto prendere una sera a teatro, diventerà il vate della
gastronomia moderna. Lo sa il popolo e il comune che per ottenere
il brodo buono bisogna mettere la carne ad acqua diaccia e far bollire
la pentola adagino adagino e che non trabocchi mai dice lArtusi
che, inoltre, si dichiara perplesso affermando: Ora i medici
spacciano che il brodo non nutrisce e serve più che ad altro
a promuovere nello stomaco i succhi gastrici. Io, non essendo giudice
competente in tal materia, lascerò ad essi la responsabilità
di questa nuova teoria che ha tutta lapparenza di ripugnare
al buon senso.
Fogo multo saltat brodus extra pignattam
Teofilo Folengo, mantovano del Cinquecento, era un
frate benedettino dalla vocazione intermittente. Ci si ricorda di
lui perché, con il nome darte di Merlin Cocai,
fu sicuramente il maggior rappresentante della poesia maccheronica.
Anchegli, come si evince dal verso riportato qui sopra, si raccomandava
di far andare la pentola sempre a fuoco lento. Se ho scomodato
il Folengo è stato per dire due parole a proposito della cucina
tradizionale mantovana per cui le minestre sono sempre state il piatto
più importante ed il brodo, nel quale dovevano essere cotte,
era un elemento fondamentale. Cerano due tipi di brodo: uno
buono, detto anche tagliato perché fatto con carne
di gallina e bovino, ed uno dei poveri (una specie di surrogato) che
si ricavava dalla bollitura del lardo e della cipolla. Il brodo buono
è rimasto; quello dei poveri, fortunatamente, è andato
via via scomparendo dallinizio del Novecento. I tempi della
miseria non erano però certamente finiti. Ed è nel pieno
della prima guerra mondiale che Olindo Guerrini,
nel suo ultimo anno di vita, termina Larte di
utilizzate gli avanzi della mensa in cui dedica al
brodo alcune belle pagine ed ai sistemi di riutilizzare le carni lessate
addirittura 144 ricette estremamente appetitose alcune delle quali
ho personalmente, e con grande soddisfazione, sperimentato in cucina.
Un grande sostenitore del brodo avrebbe potuto essere anche Filippo
Tommaso Marinetti che nel suo Manifesto della
cucina futurista del 1930 invoca labolizione
della pasta asciutta definendola alimento amidaceo causa di
fiacchezza, pessimismo, inattività, nostalgia e neutralismo.
Uomo dal pensiero trasparente, ma non per questo dotato di pensieri
cristallini, Marinetti preferiva però al brodo quelli che definiva
complessi plastici saporiti come il Carneplastico, il
Pollofiat e altre boiate.
Il brodo in tavola
Non resta, nella Bologna doggi, che rivolgersi agli amici che
ne sanno più di noi per avere la ricetta di un buon brodo e
di un trionfale carrello di bolliti misti propri della nostra tradizione.
Eros Palmirani, direttore del Diana, spiega come
preparare luno e laltro: Bucate in più punti
con una forchetta uno zampone ed un cotechino e metteteli a bagno
assieme ad uno zampetto di maiale per circa due ore. Preparate una
pentola di acqua bollente salata e mettetevi sedano, carota, cipolla
e un pomodoro. Alle verdure aggiungete un bel pezzo di copertina e
di doppione di manzo, una lingua di manzo, una gallina o un cappone
e fate bollire a fuoco lento per tre o quattro ore. Togliete dallammollo
zampetto, cotechino e zampone, metteteli in una seconda pentola dacqua
già tiepida e fate cuocere per circa tre ore. A cotture ultimate
unite le carni e servite il tutto con salsa verde, mostarda di Cremona
e purè di patate.
I giochi sono fatti, la pentola è servita, il carrello
anche. Non rimane che da discutere sul vino. Non capisco i molti emiliani
che al brodo abbinano vini bianchi. Il brodo pretende il vino rosso!
Un rosso giovane, frizzante, di carattere, granato e simpatico. Barbera
vivace di Montebudello o Lambrusco di Sorbara saranno, in un calice
un po panciuto, il perfetto accostamento.