Cantine Aperte e Memoria Corta
di Andrea Dal Cero




Siamo tutti individualmente abituati a rimuovere i periodi più sgradevoli della nostra vita, ma anche la storia collettiva segue tranquillamente questa prassi di autodifesa della salute mentale. Il mondo del vino italiano, naturalmente, non costituisce un’eccezione alla regola. Gli stessi produttori che mostrano oggi i loro vini d’autore col giusto orgoglio di chi ha saputo diventare impresa in un settore emergente come quello vinicolo, sembrano non ricordare gli anni tremendi da cui sono usciti e neanche da troppo tempo.
Erano gli anni del crollo della Prima Repubblica, delle monetine tirate a Craxi davanti all’Ergife, dei vuoti di potere e della Borsa in caduta libera. Il vino, dopo lo scandalo del metanolo, era una “cosa” che soprattutto faceva male alla salute e che andava bene solo a chi, negli incredibili Anni Ottanta, non era riuscito ad arrivare da nessuna parte.
Fu proprio sul finire degli Anni di Rucola che ad alcuni produttori, quasi tutti toscani, venne l’idea del Movimento del Turismo del Vino. Il concetto che li accomunava, rivelatosi negli anni estremamente efficace, era nei suoi contenuti innovativi estremamente semplice: “Non sanno come facciamo a fare il vino? Facciamoli entrare nelle nostre cantine e spieghiamo loro il nostro lavoro. Non hanno mai comprato i nostri vini perchè forse non li conoscono? E allora invitiamoli a casa nostra e facciamoglielo assaggiare gratis”.
L’inizio non fu comunque facile: rivedo le poche “Cantine Aperte” delle prime edizioni che si litigavano gli ospiti l’una con l’altra e ricordo le desolanti conferenze stampa in cui Donatella Cinelli Colombini da Montalcino, presidentessa del movimento fino all’anno scorso, si sgolava davanti a platee semideserte invocando l’interesse dei mass media che sarebbe arrivato soltanto qualche anno dopo. Furono anni pionieristici, i primi.
Qui a Bologna equipaggi di volenterosi (quelli che sarebbero nel tempo diventati enoturisti) si aggiravano senza continuità logica tra le cantine del professor Lambertini, di Carlo Gaggioli (che esercitava ancora come veterinario), su fino a La Mancina dalla giovanissima Francesca Zanetti. Poi anche sui nostri colli il movimento prese piede e le cantine sembravano quasi in competizione l’una con l’altra: concerti tra le botti, mostre fotografiche, gare di tiro con l’arco, estemporanee di pittura, mungitura di pecore in diretta, e chissà quante stranezze mi dimentico. I buffet erano principeschi e i “prodotti del territorio” erano sempre di ottima qualità.
Il successo della giornata di Cantine Aperte crebbe anno dopo anno insieme al Movimento del Turismo del Vino fino a coinvolgere nell’ultima edizione più di un milione di persone in Italia. Ora, dopo l’affermazione indiscussa dell’iniziativa, siamo allo sboom! I produttori si chiedono che senso abbia ospitare centinaia di persone in cantina senza instaurare rapporti privilegiati con nessuno di loro e gli enoturisti, affinati nel tempo e nell’esperienza, richiedono una maggiore programmazione e la possibilità di degustare con calma i vini che più li interessano e per i quali sono disposti a stare in auto tutto il giorno. Di questo passo si arriverà in tempi brevi, e giustamente, alla prenotazione della visita e al numero chiuso in cantina. Senza pensare, ovviamente, agli anni difficili e a tutte le avversità del nostro passato recente.