Tutti i Nebbioli del mondo
di Andrea Dal Cero

 

“Ma come fate a pensare voi italiani, con un orizzonte così vicino e il cielo tagliato a spicchi?” mi aveva chiesto una ventina di anni fa un uomo d’affari sudanese mentre cenavamo sulla terrazza della sua residenza di Khartoum. La sua domanda mi torna in mente adesso, mentre nella nebbiolina del tardo pomeriggio, scambio la cima innevata di una montagna per una nuvola.
Sono a Sondrio per la convenction dei Nebbioli: ricordate che ve lo avevo anticipato? Da tutto l’arco alpino italiano e da mezzo mondo vinicolo l’appuntamento dei produttori di questo vino è qui tra queste montagne che, oltre a limitare orizzonte ed immaginazione, mostrano e dimostrano quanto possa essere eroica e testarda la vinicoltura di montagna. Sono cesellate dall’infinita pazienza di generazioni di vignaioli caparbi e motivati che hanno scritto con la loro dedizione la storia estrema di un vino altrettanto caparbio e particolare.
A questo appuntamento che hanno chiamato Nebbiolo Grapes 2004 ci sono davvero tutti: ovviamente i valtellinesi, i piemontesi, i valdostani, e poi gli americani del Nord, gli australiani, qualche messicano e, più rari, i sudafricani. Tutti a discutere di Nebbiolo, dei suoi pregi, dei suoi difetti, della possibilità di interpretarlo al meglio, di individuare la sua mappa genetica, di capire quali siano le condizioni migliori per ottenere un vino che sia all’altezza del nome che porta. I convegni che si susseguono sono talmente tecnici che trattarne su queste colonne si dimostrerebbe noioso per chi legge. Ma l’aspetto interessante della questione risulta emergere per il pubblico di appassionati del vino dai momenti di degustazione e di confronto tra le produzioni più caratteristiche e quelle più innovative.
Com’è un Nebbiolo del Nuovo Galles del Sud? Gradevole, intenso e di grande corpo, ma i suoi tannini sono ancora troppo importanti e non consentono al palato di un bolognese evoluto il godimento che si meriterebbe dopo la fatica del viaggio fino a qui. E un Nebbiolo californiano? Davvero grato ai sensi, ma assolutamente non riconoscibile a causa del gusto marmellatoso che fa tanto impazzire gli americani.
Non so quanti, dei 250 vini Nebbiolo presenti, trovo la costanza, la curiosità e la voglia di assaggiare. Sicuramente ho un occhio di riguardo per Barolo e Barbaresco (il meglio del Piemonte) e per lo Sfursat (lo sforzato) valtellinese: grandi vini che, come si suole dire, generalmente mantengono quello che promettono.
Dopo un giorno e mezzo di serietà istituzionale perdo parzialmente la concentrazione e completamente il ritegno. Con la poca razionalità residua mi concedo senza regole alla produzione valtellinese: qualche affinato Grumello, un austero e caratteristico Inferno, un paio di Sassella intensi e sottili, tenendomi la possibilità di gustare in una cena tipica, caratteristica e corsara il Valgella di cui ho tanta curiosità.
“Cima 11” appuntatevi questo nome! Tenete alle spalle Piazza Garibaldi, attraversate la strada e la troverete dietro al campanile della chiesa. E’ una trattoria sospesa tra la fine degli anni Sessanta ed i primi Settanta: se non c’è posto sufficiente si divide il tavolo con altri e la cameriera ha i pantaloni a campana. Pizzoccheri, brasati, bolliti misti, cavoli cotti, verdure in agrodolce. Il Valgella arriva in caraffe da mezzo litro: giovane e senza tante cerimonie. Rosso rubino tende al granato, ha un profumo intenso ed in bocca è secco, caratteristico e armonioso: una gioia insperata. Sorseggio soddisfatto il caffè corretto con una grappa improbabile mentre penso divertito alla mia seggiola vuota che continua ad aspettarmi alla cena di gala che sta furoreggiando due palazzi più in là.