Tempo
di sfrappole
di Andrea Dal Cero
E impossibile vivere i giorni di carnevale senza incontrare
le sfrappole. Più inossidabili delle lenticchie a capodanno
e più tradizionali del panettone natalizio esse ci riportano
immancabilmente, con linevitabile pioggia di zucchero a velo
sulla giacca, allallegra goffaggine della fanciullezza. Noi
le chiamiamo sfrappole (sia che abbiano il bordo dritto o frastagliato),
in Toscana si chiamano cenci, in Friuli grostoli, nelle Marche frappe,
in Campania chiacchiere, in Veneto galani e sono tra i dolci della
tradizione carnevalesca probabilmente il più allegro ed il
più atipico. I dolci di carnevale infatti hanno in comune la
povertà degli ingredienti e la voglia di stupire, di prendere
in giro chi li guarda: una sorta di rivincita sociale almeno a conclusione
del pranzo. Tipici esempi di velleitario desiderio di trasgressione
bolognese sono le tagliatelle fritte e poi zuccherate (semel in
anno licet edulcorare) e i ravioli a sorpresa ripieni di mostarda.
Le sfrappole non vogliono stupire nessuno e non rivendicano nulla:
sono buone e tanto deve bastare.
La ricetta è semplicissima: farina, uova, zucchero e burro
bene impastati ed aromatizzati con scorza di limone ed un cucchiaio
di Sassolino (ammesse le varianti marsala, rhum, anice e grappa secondo
le diverse abitudini familiari) si lavorano per una decina di minuti
e poi si fanno riposare per una mezzoretta. Con il mattarello
si stende poi la sfoglia ottenuta e la si ritaglia a piacere: rettangolari
le sfrappole moderne, a losanghe ripiegate su sé stesse quelle
che accampano valenze storiche. Al momento di friggerle arriva però
la contraddizione essenziale che mi obbliga ad una breve dissertazione
storica sullargomento.
Nellautunno del 44 mio padre stava risalendo lItalia
con la Quinta Armata quando, arrivato a Colle Val DElsa, ebbe
lavventura di liberare la mamma dal giogo delloppressione
nazista. Di come andarono le cose tra quel sergente giallo di
malaria e la signorina di Volterra sfollata dallemergenza bellica
non è il caso di approfondire su queste colonne. Sta di fatto
che come Colombo ritornò dalle Americhe con cacao, pomodori
e quantaltro, anche papà Vittorio tornò lanno
seguente a Bologna con due bottiglioni dolio doliva, uno
per mano. Una storia da diario minimo che rappresenta bene uno dei
tanti percorsi attraverso cui la civiltà dello strutto incontrò
quella dellolio doliva. Una storia di colonizzazione gastronomica
che portò nel breve volgere di una generazione allannientamento
dellantica e rituale civiltà dello strutto che non solo
dovette soccombere sul campo alla sua antagonista vegetale, ma che
si ritrovò anche negli anni criticata, condannata e infine
dimenticata. Al di là delle valenze nutrizionali e salutiste
(con le quali non si può che convenire) sembra proprio che
nei confronti delle nostre tradizioni emiliane sia in atto unopera
di revisionismo culinario che, attribuendoci abitudini epigastriche
del tutto nuove, ci lascia orfani delle nostre radici sensoriali.
Dimentichiamo quindi lo strutto e friggiamole in abbondante olio doliva,
le nostre sfrappole, e poi cospargiamole di zucchero a velo mentre
riposano su di un bel foglio di carta gialla assorbente. Cè
chi suggerisce di berci assieme un vino passito e chi riesuma il Marsala
o il Vermouttino. Sono invece dellavviso di abbassare
sia il corpo che la gradazione del vino per non dovermele sentire
disgregare sulla lingua. Una Malvasia Dolce dei Colli Piacentini andrebbe
bene e ancora meglio, sarebbe lideale, una di quelle Albana
amabili e vivaci che le colline verso lAdriatico sanno ancora
dare.