Spumante tradizionale e classico nel terzo millennio: una verticale da ricordare
di Andrea Dal Cero

 


Un fine settimana all’insegna dello Spumante trentino, quello della scorsa settimana, interamente trascorso ad aspirare con gioia l’anidride carbonica sprigionata dai perlages persistenti e raffinati. L’occasione di quest’ennesima trasferta, forse l’ultima prima delle ferie, ci è stata data dal simposio internazionale “Spumante tradizionale e Classico nel terzo millennio” che si è tenuto all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige con il patrocinio dell’OIV (Office International de la Vigne et du Vin). Davvero molto approfonditi gli interventi dei ricercatori coordinati dal professor Mario Fregoni per cui, per non tediare il lettore con esasperati tecnicismi che poco lo riguardano, riassumiamo i concetti di base con l’affermazione: “Per fare un buon Metodo Classico ci vogliono lo Chardonnay o il Pinot Nero. Qualsiasi altro vitigno, a causa della sua povertà in polifenoli, non può permettersi la maturità necessaria alla realizzazione della struttura di un buon spumante”.
La dimostrazione di quanto affermato l’abbiamo avuta alle Cantine Ferrari , ospiti dei fratelli Lunelli, con una selettiva degustazione verticale in anteprima mondiale di Giulio Ferrari Riserva del Fondatore: il millesimato di maggior pregio della casa trentina prodotto da uve selezionate di Chardonnay provenienti dal vigneto Maso Pianizza: sette annate, dalla bottiglia doppia nel nostro bicchiere, che correvano a ritroso nel tempo dal 1994 al 1978.
Ancor giovane ma fragrante il ’94 che ha aperto le danze: uno spumante che oltre alla mela renetta richiama alla mente frutta matura a seme minuscolo. Il discorso si complica con il ’92 che si rivela vino pronto anche se non maturo, rotondo nei sentori (miele e frutta polposa) e lungo al palato. La vendemmia 1990 segna il confine tra gli anni recenti, di cui serbiamo ricordi precisi, e quelli che l’hanno preceduta: il bicchiere mezzo vuoto, dopo qualche minuto dall’ultimo sorso, odora di chicco di caffè tostato e di occasioni sapientemente colte. Il Giulio Ferrari ’88 ricorda nel suo profumo anche la terra umida della cantina che l’ha per così tanto tempo custodito e si dimostra fiero delle sensazione che riesce a regalare. Stessa cosa verrebbe da dire anche per l’85 che però arricchisce la sua dote di una spiccata trama satinata che lo rende unico. Tutte e due questi vini, se lasciati a lungo nella flute fino a perdere temperatura, sanno al naso di mallo di noce. Con l’annata ’82 arriva il ribes ed il vino si agghinda di fascino e maturità. La vendemmia ’78, la più vecchia tra quelle in degustazione, ci da ancora oggi un vino vivo e tutt’altro che seduto: non male per un giovanotto di 25 anni! Una valutazione personale? Affascinati dall’annata più vecchia, incuriositi dalla più giovane, innamorati della vendemmia 1988!