Bioetica
tra democrazia e informazione
di Daniela Bertuzzi
Quali regole per la
ricerca scientifica, quale etica, quali ricadute della clonazione e ancora quale
ruolo dell'informazione nella conoscenza sono i temi del secondo incontro della
scuola di etica laica (27 giugno), dal titolo “Il governo della vita.
Embrioni, brevetti, clonazioni”, al quale ha preso parte – tra gli
altri - Carlo Flamigni, ginecologo e membro del Comitato nazionale di Bioetica.
La bioetica. Una questione troppo spesso mal posta, abusata e dai confini pochi
chiari. Flamigni ci chiarisce che il suo fine ultimo non è quello di
controllare la scienza in senso normativo, proibitivo, quanto di analizzare
le posizioni in gioco, tenere conto delle diversità e della ricchezza
che derivano da queste diversità.
Il Comitato Nazionale di Bioetica, di cui Flamigni è membro, non è
di fatto un organismo indipendente, in quanto essendo istituto presso la Presidenza
del Consiglio, il Consiglio dei ministri cerca di stabilire al suo interno una
maggioranza predeterminata, in modo che questo gli dia strumenti per poter legiferare
su un dato problema così come ritiene che vada interpretato. I progetti
di legge su materie così delicate e in una democrazia reale dovrebbero
essere formulati – a detta di Flamigni - in modo da tener conto dei differenti
valori delle differenti culture, delle diverse religioni, dei diversi presupposti
teologici, così che tutte le espressioni morali ed etiche del paese possano
essere ascoltate e si possano confrontare. Ai cittadini dovrebbe essere presentato
un quadro il più possibile completo delle posizioni che si dibattono
nel paese, senza mai verificare quale sia la posizione di maggioranza. In materia
morale, insomma, le maggioranze non dovrebbero esistere: è proprio qui
che i valori sono di partenza tutti uguali.
Flamigni, inoltre, sostiene che i controlli sulla scienza passano necessariamente
attraverso la sua trasparenza. Pertanto è necessario che i ricercatori,
gli scienziati e la scienza stessa siano capaci di autocontrollo. La scienza,
dal canto suo, dovrebbe mantenere quei requisiti che la rendono tale: il comunitarismo,
la capacità di autocritica, l'essere disinteressata, la trasparenza,
la capacità di confronto paritetico, l'obiettività, l'universalismo.
Tutte queste prerogative fanno della scienza un oggetto "facile",
trasparente per la valutazione da parte dei cittadini. Questo nella realtà
non avviene perché manca un passaggio fondamentale: l’informazione
ai cittadini. Quello di avere un’informazione il più possibile
sincera, attendibile e anche educativa è uno dei grandi problemi della
nostra società. E se non c'è un'educazione scientifica, il cittadino
non ha gli strumenti per poter giudicare.
La scienza, quindi, dovrebbe essere libera, anche da condizionamenti economici.
E’ bene precisare che esistono due tipi di scienza: la scienza cosiddetta
accademica - che corrisponde per definizione a quei requisiti di obiettività,
comunitarismo ecc. - e la scienza post-accademica che è finanziata direttamente
dall'industria o da altri enti che hanno un grande peso nella società
e sfuggono al controllo sociale. Naturalmente quest’ultima non è
né comunitarista, né disinteressata, è anzi una scienza
che tende al segreto e a trattenere informazioni. Il problema fondamentale è
che questa scienza tende a sconfinare anche nella scienza accademica. Si pensi,
ad esempio, a quando un ricercatore dell'università deve chiedere all'industria
il finanziamento della sua ricerca: a qual punto non è più padrone
del risultato che ha ottenuto.
Bisogna fare in modo che la gente, che in questo momento ha forti dubbi sull’operato
degli scienziati, possa tornare ad avere la fiducia di un tempo sull'operato
degli scienziati, che però va meritata. Ricostruire questa fiducia è
soprattutto un problema politico: bisogna ripristinare il peso che ha sempre
avuto in tutte le società la ricerca scientifica come impegno sociale.
Occorre far si che la ricerca di base, sulla quale si costruisce poi in gran
parte la ricerca applicata abbia i finanziamenti giusti. E capire che la ricerca
scientifica offre un grande ritorno agli investimenti della società,
un ritorno non soltanto economico ma anche morale.