| Il
radiotelescopio di Medicina di Andrea Dal Cero
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Marzo 2000
Non lo vediamo
fino allultimo, in questa nebbiosa mattina
di fine gennaio, il radiotelescopio di Medicina.
Siamo arrivati sotto la sua grande parabola senza
neanche accorgercene percorrendo una stradina di
campagna in cui pensavamo di esserci smarriti.
Ora si staglia davanti ai nostri occhi con tutta
la sua maestosa potenza. Siamo venuti fin qui per
conoscere la piccola comunità scientifica che
invece di guardare il cielo come fanno tutti gli
astronomi, "ascolta" la voce dei corpi
celesti e dal segnale che emettono li riconosce,
li scruta, li studia. La radioastronomia è una
scienza giovane: solamente negli anni Quaranta si
è scoperto che nello spazio i corpi emettono una
buona quantità della loro energia sotto forma di
onde radio. Questo ha consentito di aprire una
nuova finestra sullinfinito rendendo "visibile"
limmagine radio degli oggetti celesti
osservati. Con lutilizzo del
radiotelescopio il debole segnale che giunge da
questi corpi lontani viene captato, trasformato
in segnale elettrico, amplificato e trasferito
agli strumenti di registrazione. Il
radiotelescopio Croce del Nord, sotto le cui
antenne ci troviamo, ha cominciato ad operare nel
1964 ed è il più grande strumento del suo
genere esistente al mondo.
E formato da due bracci disposti a T, uno
lungo 640 metri orientato in direzione Nord-Sud e
laltro lungo 564 metri in direzione Est-Ovest.
Entrambi i bracci sono orientabili solo in
direzione Nord-Sud, per cui le sorgenti sono
osservabili, per effetto della rotazione
terrestre, solo quando transitano sul nostro
meridiano. A noi non addetti ai lavori appare,
tra parabole e antenne, come un immenso
stenditoio con decine di chilometri di cavi e
fili. Al primo nucleo del radiotelescopio si è
aggiunta nel 1983 lantenna parabolica (32
metri di specchio) che abbiamo visto sbucare per
prima dalla nebbia.
Ci accoglie lingegner Stelio Montebugnoli,
responsabile dellimpianto dal 95.
Camicia a quadri e pantaloni di velluto, occhi
vispi dietro le lenti spesse, si muove con
disinvoltura tra apparati stranissimi come fosse
il protagonista di un fantasy americano anni
70. E lui che ha messo a punto gli
strumenti più sofisticati di questo centro. Ne
ha addirittura realizzato uno con cui è stato in
grado di "vedere" lacqua sulla
superficie di Giove in occasione degli impatti
sul pianeta della cometa Shoemaker-Levy nel 1994.
"Con luso della radioastronomia - ci
spiega - possiamo rilevare e studiare corpi
celesti che si trovano a distanze incredibili:
basti pensare che Giove è a 30 minuti luce e noi
osserviamo galassie che sono a dieci miliardi di
anni luce dalla terra. Questa modalità di
ricerca ci consente di utilizzare luniverso
come laboratorio gratuito in cui possiamo
comprendere meglio la chimica e la fisica della
materia in condizioni non riproducibili sulla
terra". E inevitabile domandare se è
mai capitato di ricevere "segnali
intelligenti" dallo spazio.
"Il programma di ricerca di altre vite
intelligenti - il Progetto Seti - è stato praticamente
abbandonato in tutto il mondo da molti anni (anche
a causa di pressioni provenienti da vari ambienti
religiosi n.d.r.). Di sicuro ritengo molto
elevata la probabilità che nello spazio ci siano
altre forme di vita intelligente; però penso
anche che le probabilità di incontrarle siano
per noi estremamente esigue".
Chiediamo come sarebbe un possibile segnale di
vita intelligente. Che non ci fossimo aspettati
cose del tipo "Salve gente della Terra"
o "Marte chiama Terra, rispondete, passo"
è implicito, ma la risposta di Montebugnoli ci
spiazza completamente. "Nel programma di
ricerca di un segnale intelligente si cerca unemissione
a banda monocromatica perché in natura non
esiste. Questo segnale nel nostro settore radio
consisterebbe in un silenzio assoluto e
rappresenterebbe la manifestazione di una
portante radio: ricevendo una trasmissione di
questo tipo saremmo sicuri che qualcuno, dallaltra
parte, la sta inviando". Salta fuori quasi
per caso la faccenda della sonda Mars Polar
Lander che avrebbe occupato tanto spazio sui
giornali qualche giorno dopo. "Gli Americani
ci hanno chiesto di cercarla sulla superficie di
Marte. Loro sperano che sia ancora attiva anche
se danneggiata. Lhanno persa mentre
attraversava la fascia delle radiazioni
ionizzanti subito prima di raggiungere il suolo
marziano e non lhanno sentita più.
Speriamo di poter fare qualcosa, ma non me la
sento di essere troppo ottimista".
E ora di pranzo e dalla cucina arrivano
evidenti segnali di urgenza. Passiamo davanti ad
una grande tavola apparecchiata per 14 persone,
con la tovaglia a quadri bianchi e rossi: sembra
proprio una grande famiglia. Montebugnoli ci
accompagna allesterno, tra tutte quelle
antenne di cui si parlava prima. Parla di "cose"
che si trovano nello spazio profondo senza mai
guardare il cielo: quello che noi cerchiamo senza
vederlo con il naso per aria lui si è abituato a
vederlo davvero sullo schermo del suo terminale.
Ho scritto al suo computer, qualche giorno dopo,
per sapere come fosse andata la ricerca della
sonda spaziale americana. "Sembrano non
esserci particolari degni di rilievo" ha
risposto lui al mio "Continueremo però ad
elaborare i dati in nostro possesso".
Penso sia un modo scientifico ed elegante per
farmi sapere che anche quel cosino, tutto solo
lassù, labbiamo perso per sempre.
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