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"Un
sindaco riformista"
Bologna ombelico
di tutto
o soltanto una vecchia signora?
Una chiave di lettura forse inconsueta attraverso le
testimonianze dei suoi sindaci. Cominciamo con Guido Fanti per arrivare
a Giorgio Guazzaloca.
Intervista di Dal Cero - settembre 2002
E’
difficile separare la storia di Bologna da quella del Partito Comunista
e dal vissuto personale del cittadino Guido Fanti. Per lui è
più facile parlare della storia della città e degli
avvenimenti politici che di sé stesso. Mi accoglie di buon
grado nella sua casa di via Zamboni, ma prima di cominciare a raccontarmi
delle cose sembra prendermi cautamente le misure. Non lo vedevo dagli
anni Sessanta, da quando era il mio sindaco. Non è cambiato
più di tanto; ha ancora energia da vendere. Neanche la montatura
degli occhiali è cambiata.
Un bambino bolognese...
Sono nato nel ‘25 in quella che una volta si chiamava Piazza
Umberto Primo e che adesso è Piazza dei Martiri. Di quella
casa però non ho ricordi perchè subito dopo la mia famiglia
si trasferì al 34 di via Mazzini, all’ultimo piano, dove
siamo rimasti fino a che ho avuto vent’anni e che è stata
praticamente la casa della mia infanzia e della mia giovinezza. Era
vicina al Sant’Orsola che allora era molto diverso da adesso:
c’erano molte baracche, una specie di accampamento militare,
e in mezzo i contadini lavoravano i campi. C’erano anche orti
e vigneti dove noi bambini andavamo a rubare l’uva.
... e una famiglia borghese
La nostra era una famiglia della media borghesia. Papà
era bolognese e la mamma di Ferrara. Mio padre doveva essere il continuatore
dell’attività del nonno nel grande negozio di stoffe,
ma un giorno tornò a casa , sarà stato il ‘35
o il ‘36, e tranquillamente ci disse “Da domani smetto
di lavorare. Faccio il pittore”. Alla mamma venne un mezzo smalvino
e posso anche capirla: avevamo un tenore di vita abbastanza elevato;
avevamo l’automobile e tante cose che non tutti potevano permettersi.
Ma papà era un tipo fatto così.
Così si trovò improvvisamente figlio di un artista...
E già! Ovviamente il nonno ci aiutava economicamente perchè
altrimenti non saremmo riusciti a farcela. Comunque papà si
diede completamente alla pittura e quelli che lei vede appesi in questa
stanza sono quadri che dipinse proprio in quel primo periodo. Tra
gli altri c’è anche un bozzetto a olio che fece per le
vetrine del negozio di stoffe in via Indipendenza.
Guido Fanti nel suo studio durante
l’intervista
La guerra era imminente. Come ha vissuto quegli anni?
Come tutti gli adolescenti di questo mondo. Dopo le scuole medie mi
iscrissi al liceo Galvani. Di quel periodo ricordo qualche esagerazione
col vino e soprattutto gli inverni sotto i portici. Poi venne la guerra
e tutti crescemmo più in fretta.
Fino al 1943...
Mio fratello, che aveva quattro anni più di me e frequentava
gli ambienti intellettuali legati all’università, aveva
rapporti con gli ambienti antifascisti ed entrò presto in clandestinità.
La situazione in casa era decisamente confusa perchè papà
era fascista, potrei adesso definirlo soltanto nazionalista. Io nel
‘43 avevo diciotto anni e quando fu il mio turno per la chiamata
alle armi, sicuramente influenzato dalle idee di mio padre, ci andai.
Stetti lì quattro mesi e poi scappai via. Mi nascosi in casa
di mio zio, in pieno centro. Due mesi che mi servirono per riflettere,
fino a che entrai anch’io nella resistenza. Seguii mio fratello
nel Comando Militare Volontario ed ebbi come comandante Sante Vincenzi.
Lui cominciò subito a chiamarmi compagno e io ne ero quasi
imbarazzato, ma poi tra noi nacque un vero rapporto di affetto. Sante
era un vero professionista della clandestinità, uno di quelli
che passavano anche le linee del fronte. Fu lui che portò le
direttive di Togliatti per l’insurrezione di Bologna. Lo ammazzarono
la sera prima della liberazione. Il suo cadavere fu portato all’Istituto
di Medicina Legale in via Irnerio e davanti a quel corpo che le torture
avevano così incredibilmente deformato e sfigurato decisi di
impegnarmi seriamente nell’attività politica. Fu il momento
più importante della mia vita. Mio padre, appena tornato dopo
l’8 settembre, fu arrestato perchè volevano sapere dove
erano i suoi figli. Fu un’esperienza penosa per lui nella quale
vide cadere tutte le sue convinzioni. E’ morto nel ‘48.
Votato alla politica attiva?
Mi iscrissi al partito Comunista nel ‘45 quando dovevo ancora
compiere vent’anni. In quanto universitario venivo considerato
un intellettuale e in questa veste anche mal sopportato da alcuni
ambienti del partito. “Arriva il culturame” sentivo spesso
sussurrare quando assieme a Bellettini e Zangheri entravo in qualche
sezione.
Una sorta di “professorini”...
La scuola di partito continuava ad insegnare che gli intellettuali
sono inaffidabili, ma la grande lotta che ci apprestavamo ad affrontare
era proprio quella dell’acculturazione della nostra base e,
di conseguenza, di immense fasce di popolazione attiva. La stessa
popolazione che partecipava attivamente alla vita sociale della città
e che fu determinante per stroncare gli ultimi effetti della guerra:
il mercato nero e le bande criminali organizzate. Bologna era in quegli
anni una città dove la socialità era una pratica quotidiana,
un sistema di vita. Il sindaco Dozza stava ponendo le basi per una
vera programmazione del territorio. La ricostruzione voleva tener
conto delle esigenze di vita della gente. Le origini del “caso
Bologna” che abbiamo sentito chiamare anche “paradosso”
o “modello” emiliano vengono proprio da quegli anni.
Una città amministrata dalla sinistra e piena di comunisti
in cui però, dei comunisti, c’era ben poca paura...
E’ verissimo. Il progetto di Giuseppe Dozza coinvolgeva tutte
le istanze sociali cittadine e tutte le forze politiche compresi i
cattolici. La città stava riorganizzando il suo tessuto connettivo
sulla base dei suoi bisogni presenti e futuri e i Bolognesi erano
ben coscienti di essere i veri protagonisti della loro vita. In quegli
anni, mentre tutta l’Italia ricostruiva la sua identità
lasciandosi alle spalle la guerra, io ero molto impegnato nelle attività
di partito. Ricordo le riunioni infinite che spesso continuavano al
Cantunzein, da Gianni in via Clavature o da Ilario Cesari in via Carbonesi.

Trentaquattro anni tra queste due foto. Qui sta indicando un quadro
del padre appeso nel suo studio, sotto è davanti al portone
del palazzo comunale in un momento di grande tensione.
Poi arrivarono gli anni del Boom...
Sì. Le condizioni medie di vita di tutta la popolazione andavano
migliorando sensibilmente, e con esse aumentavano anche le aspettative
dei Bolognesi nei confronti della loro città. Si cominciò
a pensare alla fiera, alla tangenziale, all’aeroporto: grandi
strutture che volevano pensare al presente di quel periodo, ma soprattutto
al futuro. Il Concilio Vaticano Secondo aveva nel frattempo cambiato
notevolmente i rapporti tra la sinistra e i cattolici e una stagione
di collaborazione più stretta si andava delineando. Ricordo
con piacere l’importante opera di mediazione di Giuseppe Dossetti
nella tessitura del rapporto tra Dozza ed il Cardinale Lercaro.
L’amministrazione Dozza, la più lunga per la nostra
città, durò fino al 1966. Ma già prima di quell’anno...
Già dal ‘63 ci furono, in effetti, dei problemi. Il sindaco
aveva problemi di salute che andavano aggravandosi. Aveva contratto
una forma di Herpes Zoster che sempre più spesso gli impediva
di partecipare attivamente alla vita pubblica e firmò un’ordinanza
per essere sostituito nelle sue funzioni istituzionali da tre componenti
della giunta, a rotazione.
Lei si sentiva pronto per diventare sindaco?
Io non ci pensavo nemmeno. Anzi l’uomo giusto per quella carica
secondo me era Lorenzini. Non c’erano a Bologna segnali di nessun
tipo che potessero indicare la mia candidatura.
Però a Roma qualcuno ci aveva pensato....
In effetti proprio nel ’63 qui a Bologna fu Togliatti che mi
disse: “Senti Fanti, ti devi preparare a fare il sindaco”.
Gli risposi che non ne avevo la minima intenzione, ma lui continuò:
“Tu intanto preparati, che poi ne riparleremo”.
Evidentemente
ne avete riparlato...
Evidentemente. Fui eletto sindaco nell’aprile del 1966.
Un sindaco che stemperò le proprie convinzioni ideologiche
cercando un dialogo più profondo con i cattolici.
A questo scopo concessi anche la cittadinanza onoraria a Giacomo Lercaro.
Servì a sancire l’accordo in base al quale sia da me
come sindaco che da lui come arcivescovo arrivava un messaggio chiaro
e molto semplice: sui temi sociali riguardanti la pace ed il bene
comune non potevano esserci divisioni tra noi.
Un sindaco importante anche per l’assetto territoriale.....
Avevo ereditato da Dozza i progetti per la salvaguardia del centro
storico e delle aree verdi. La costruzione della nuova fiera era in
fase avanzata e la tangenziale stava già nascendo attorno alla
città.
Come arrivò a Bologna Kenzo Tange?
Indirettamente per merito di Lercaro che organizzò un convegno
mondiale di architetti per discutere sulla progettazione di nuove
chiese (quella di Riola di Vergato realizzata da Alvar Aalto rimane
come segno tangibile di quell’incontro). Fu in quell’occasione
che conobbi Kenzo Tange, Gli illustrai quelli che erano i criteri
urbanistici del nostro comune e lui mi manifestò la sua ammirazione
per quanto stavamo facendo. Fu così che nacque il progetto
che si chiamava “Bologna 2000”: con la riproposta delle
nostre Due Torri al di fuori dall’area urbana; un’idea
che consentiva il decentramento delle attività e la difesa
dell’integrità funzionale ed architettonica del centro
storico. Il progetto, comunque, era molto più ampio e le torri
sono soltanto quello che siamo riusciti a realizzare.
Come si ricorda Bologna in quegli anni?
Era un bel periodo per Bologna, forse il più bello che abbia
mai vissuto.
Anche ricordando le occupazioni studentesche del 1968 e l’autunno
caldo?
Certamente. Erano ancora segno di partecipazione le prime e di impegno
sociale le altre.
E poi?
E poi siamo arrivati al punto della massima espansione di questo modo
di vivere bolognese, emiliano, innamorato della vita e della cosa
pubblica.
Che vuol dire...
Che c’erano due strade possibili da percorrere. La prima era
di dare respiro a livello cittadino, metropolitano, regionale e nazionale
all’indicazione di un tipo di società in cui gli elementi
costitutivi del rapporto tra le persone potessero contribuire ad un’unica
finalità: un disegno riformista che non poteva però
essere concepito solo nell’ambito della nostra regione. La seconda
era quella che, attraverso il fallimento del compromesso storico,
si è conclusa con l’uccisione di Aldo Moro. Lei sa, come
sappiamo tutti, che non siamo stati in grado di imboccare la strada
giusta.
C’è qualcosa di vero, secondo lei, nelle parole del
Cardinale Biffi che parla della Bologna di oggi definendola “città
sazia e disperata”?
Sarebbe troppo facile parlare di crollo dei valori. E’ l’assenza
totale di un progetto sociale che è il vero problema. Temo
comunque che Biffi abbia colto una realtà vera.
Si ringraziano
per la collaborazione:
Archivio Storico del Comune di Bologna; Biblioteca Comunale Sala Borsa
(Sezione Storica Collamarini); Camera Confederale del Lavoro (Istituto
Pedrelli); Istituto Regionale Ferruccio Parri (Biblioteca della Resistenza)
e Francesco Guccini per le parole del titolo.
Le foto - Guido Fanti oggi: Claudio Pollini; Guido Fanti ieri: dal
volume “Cronache dell’Emilia Rossa. L’impossibile
riformismo del PCI” Ed. Pendragon 2001.
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