Un sindaco riformista
di Umberto Faedi

 

 

Guido Fanti nasce a Bologna il 27 maggio del 1925. Dopo un’adolescenza borghese e l’esperienza della Resistenza, si iscrive al PCI nel 1945.
Viene eletto consigliere al comune di Bologna per il gruppo Due Torri il 27 dicembre del 1957 in sostituzione del dimissionario Arvedo Forni e successivamente rieletto nel novembre del 1960 nel consiglio comunale. Si forma, come quadro amministrativo, alla scuola del partito ma soprattutto collaborando strettamente col sindaco Dozza che riunì intorno a sé due generazioni di “giovani” che avrebbero poi segnato la vita della città negli anni a seguire.




Giuseppe Dozza con Renato Zangheri e Guido Fanti

 

Uomini come Bellettini, Fortunati e Zangheri (sindaco della città dopo Fanti) provenienti dal mondo accademico si formavano e lavoravano con i quadri provenienti dal PCI e dalle organizzazioni di massa (sindacato, circoli politici e associazioni giovanili) ad esso collegate, come Fanti e Lorenzini.
Giuseppe Dozza fu per Guido Fanti un punto di riferimento imprescindibile, e non poteva essere altrimenti dato che Dozza era il perno sul quale ruotava la vita della città dalla ricostruzione postbellica alle scelte per il futuro.
Fanti ereditò nell’aprile del 1966, quando Dozza lasciò l’incarico per motivi di salute, una città che portava ancora i segni delle ferite della guerra, ma che stava diventando un punto di riferimento importante anche per le altre amministrazioni dell’Italia ricostruita.
La città cambiava velocemente. Poco prima di dimettersi Dozza aveva impostato importanti modifiche per la vita dei Bolognesi.
La nostra città fu la prima in Italia a pensare ed attuare la suddivisione in quartieri, connessa con il nuovo piano regolatore che accompagnava lo sviluppo economico e sociale e finalizzata a creare una partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva.
Dozza coniugò questa fase con il profondo rispetto dell’architettura del centro storico, la salvaguardia delle aree verdi e mantenendo un buon dialogo con gli industriali.
Nel 1963 iniziò la costruzione della sede permanente della fiera, che aveva avuto la sua prima sede al Littoriale (lo stadio comunale) alla fine degli anni venti per poi girovagare fra il parco della Montagnola e lo Sferisterio.
Nel 1964 iniziano i lavori per la realizzazione della tangenziale, ideata e progettata dal grande architetto giapponese Kenzo Tange che ideò e progettò anche l’attuale area denominata “Le Torri” che ospita fra l’altro la sede della amministrazione regionale e i cui lavori si conclusero sotto l’egida del mandato di Fanti.




Kenzo Tange presenta il progetto del Fiera District al
presidente della Regione Emilia Romagna, Guido Fanti

Il successore di Dozza ereditò quindi una città in buona salute anche dal punto di vista del bilancio comunale, che era sempre stato un “chiodo” fisso e un punto d’onore per Dozza che aveva avviato anche un buon dialogo con la chiesa bolognese rappresentata dal cardinale Lercaro, uomo proveniente dalla gavetta e sensibile ai problemi della gente, al quale Fanti conferì la cittadinanza onoraria nel novembre del 1966.
Il sindaco della Liberazione rimase come capogruppo dei consiglieri della lista Due Torri e fu rieletto nella tornata amministrativa del 1970.
Il periodo in cui Fanti fu primo cittadino di Bologna è contrassegnato dalle occupazioni all’università nel 1968 e dall’autunno caldo, che evidenziarono la contraddizione tra il modello di sviluppo e la democrazia nelle fabbriche, nella scuola e nella società.
Il rapporto della amministrazione col movimento studentesco risentì del ritardo di analisi sulla società che non era forse preparata alla fine così traumatica della pace sociale perseguita con accanimento e per anni sostenuta dal partito e da quel nuovo strato sociale che venne definito “borghesia rossa” che si era formato e consolidato negli anni col beneplacito dei partiti di sinistra.
Numerosi furono gli episodi che videro contrapposti i movimenti antagonisti agli operai e al ceto medio (soprattutto impiegati delle varie amministrazioni) più o meno abilmente manovrato dal PCI (anche se a volte i partiti di sinistra parteggiavano per i cosiddetti contestatori), che in città e nella sua provincia faceva il bello e il cattivo tempo: non dimentichiamo che la federazione bolognese del partito comunista era la più importante d’Italia e quella con le casse più fornite.
La scelta del partito e dell’amministrazione fu quella di coniugare la linea degli anni del rinnovamento postbellico con le nuove istanze di rappresentanza e di potere avanzate dal ceto medio e dalla “borghesia rossa”, cercando di contenere e incanalare le proteste di piazza.
Convinto assertore dell’importanza del peso che le amministrazioni locali dovevano assumere a livello di governo dello Stato, forse anche per questo venne designato come primo presidente della regione.
E non a caso l’Emilia Romagna fu all’avanguardia nell’attuare l’articolo della Costituzione riguardante l’istituzione delle entità regionali.
A livello amministrativo venne avviato un programma di costruzione di nuovi asili e impianti sportivi, cercando di mantenere stabili le aree destinate alla grande industria e al verde pubblico.
Rieletto nel giugno del 1970, Guido Fanti lasciò la poltrona di primo cittadino al professor Renato Zangheri il 23 luglio dello stesso anno dando le dimissioni da consigliere sei giorni dopo.
E’ stato il primo presidente della Regione Emilia Romagna, membro del comitato centrale e della direzione del PCI, parlamentare nazionale ed europeo.
Nel 2001 ha dato alle stampe, assieme a Gian Carlo Ferri un libro dal titolo forse emblematico intitolato “Cronache dall’Emilia Rossa. L’impossibile riformismo del PCI”.