Dicembre 1999 C'era la luna piena a Bologna la notte tra il 22 e il 23 settembre del 1847 e il chiarore lunare rischiava di compromettere l'effetto della novità che avrebbe segnato per sempre le notti nelle strade buie. Così l'illuminazione di quello che a quel tempo era il centro cittadino fu inaugurata la sera del 2 ottobre, col favore di una bella notte scura. Da quel momento la vita sociale cambiò al punto che nell'aprile del 1862, dimostratasi ormai inadeguata la vecchia Officina del Gas, il Comune deliberò di appaltare il servizio di illuminazione alla Compagnia Ginevrina dell'Industria del Gas estendendolo sostanzialmente a tutta la città. Per la costruzione della nuova officina fu scelta un'area tra le Porte San Donato e Mascarella che nel 1912 arrivò alle dimensioni di quella dell'attuale Seabo. L'Azienda del Gas era una vera e propria officina di trasformazione, essendo la gassificazione del carbone un complesso procedimento chimico assimilabile ad una raffineria petrolifera. Partendo dal carbone, che arrivava per ferrovia e veniva scaricato direttamente sulla banchina che si trovava immediatamente sotto il lato est del Ponte di Galliera, si otteneva come prodotto principale il "gas di città", ma anche altri numerosi composti chimici (benzolo, trementina, catrame, naftalina e ammoniaca) oltre al più noto e diffuso "carbon coke". Il lavoro all'Officina del Gas era duro e pericoloso; le garanzie di sicurezza erano commisurate al periodo storico, il rischio sanitario era decisamente elevato. Gli addetti avevano una vita media tra i 50 e i 60 anni. "I dipendenti erano circa 500 e ora (a settori unificati) sono 1.800" ci dice il direttore tecnico della Seabo Elio Rondelli. Ci racconta di quando il carbone giungeva in treno da Livorno e lazienda possedeva addirittura una nave per farcelo arrivare. Erano certamente tempi molto diversi da quelli che stiamo vivendo. Per tutto l'Ottocento il consumo maggiore era per lilluminazione pubblica. Si deve arrivare quasi alla prima guerra mondiale perchè le utenze domestiche prendano decisamente il sopravvento nei consumi. Appariscenti dall'esterno e indispensabili nel ciclo produttivo erano i gasometri. Destinati a compensare gli squilibri tra produzione e prelievi essi erano contenitori dal volume interno variabile: dentro la struttura esterna fissa si trovava infatti un tampone che si alzava sotto la spinta del gas prodotto che vi entrava e si riabbassava quando i consumi della città tendevano a svuotarlo. A Bologna i gasometri furono due nel 1863, tre nel 1900, quattro nel 1910. Nel 1933 fu completata la costruzione di quello ancora esistente oggi che da solo conteneva 30 mila metri cubi di gas. L'ultimo gasometro Dal Cero e Umberto Faedi scalano indomiti il gasometro Alto cinquanta metri, con
un diametro di trenta, ha pianta poligonale di 16 lati e
pesa più o meno 400 tonnellate. Realizzato secondo il
sistema costruttivo M.A.N., relativamente diffuso all'epoca,
è rimasto in esercizio fino ai primi anni Ottanta. La
sua struttura è realizzata con pannelli modulari
presumibilmente piegati nella forma finale in cantiere. L'unione
dei tantissimi pannelli con sezione a "C" è
stata effettuata mediante chiodature; le superfici di
unione risultavano assolutamente allineate e lisce in
quanto dovevano impedire la fuoriuscita del gas in
pressione contenuto all'interno. La perfetta sigillatura
finale era ottenuta mediante un olio particolarmente
denso applicato in continuazione dal tampone interno
mobile, che con il suo moto ascendente e discendente
permetteva la variazione del volume del gas contenuto.
Dal 1964, anno della sostituzione del gas di carbone con
il metano, il gasometro è stato utilizzato come
compensatore tra il gas che entrava in azienda e quello
che ne usciva per il consumo. Le operazioni di
manutenzione consistevano nell'ispezione quotidiana del
livello dell'olio di tenuta tra la struttura fissa ed il
tampone mobile interno e nella verifica dell'allineamento
orizzontale di quest'ultimo, che se non fosse stato
perfettamente in piano con la struttura non avrebbe
potuto scorrere su e giù. Visto da vicino Mauro Piazza - una
cinquantina d'anni portati alla grande e la storia AMGA,
ACOSER e SEABO alle spalle - è l'ultimo dei dipendenti
dell'azienda che è stato dentro al gasometro. Era lui
che faceva la manutenzione e che andava su e giù per la
scaletta variabile fino a raggiungere il tampone. Un "vuoto"
per le idee Il progetto di Gresleri in un plastico realizzato da Elio Baldini Moltissime sono le ipotesi
fatte in merito al possibile uso alternativo del vecchio
gasometro. Recuperi architettonici, rivisitazioni
stilistiche, riprogettazioni della sua area. Nel corso
degli anni abbiamo sentito parlare di un garage
multipiano, di un ristorante panoramico e di un nuovo
planetario per l'università. Simpatica l'idea di un
signore che proponeva di venderlo alla Coca Cola che
avrebbe potuto realizzarci il barattolo più grande del
mondo. L'ultima idea, in ordine di tempo, è
rappresentata dal progetto del "Museo del Design"
che è stato il tema della tesi del neo-architetto
bolognese Jacopo Gresleri. Il progetto prevede il
recupero del gasometro e degli edifici dell'ex Consorzio
Agrario, intervenendo in un'area trapezoidale di circa
9000 metri quadri che si colloca in posizione
baricentrica tra la città storica ed il quartiere
fieristico e che è una logica continuazione dei musei
universitari e l'orto botanico. Nel corso della visita al
museo il visitatore, mediante una rampa o l'uso di
ascensori, potrebbe finire dentro il "grande vuoto"
del manufatto industriale dove, sulla parete interna che
funzionerebbe come diorama, verrebbero proiettate
immagini inerenti all'esposizione. E' previsto anche l'accesso
alla copertura dove un ballatoio interno consentirebbe di
ammirare la città e tutto il museo nel suo insieme. |
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