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Gli
anni di Zangheri nel ricordo dell’architetto Pier Luigi Cervellati
Pier Luigi Cervellati è nato a Bologna nel 1936,
è laureato in architettura e ha legato il suo nome a grandi progetti
di recupero dei centri storici. Oltre che esercitare la professione di
architetto e urbanista, ha insegnato all’Alma Mater di Bologna e
a Cà Foscari a Venezia. E’ stato assessore dal 1964 al 1980,
collaborando con i sindaci Giuseppe Dozza, Guido Fanti e Renato Zangheri.
Ha sempre perseguito la sua linea concettuale che ha reso famoso il modello
bolognese attraverso l’elaborazione di piani urbanistici divenuti
celebri applicati ai centri storici di Comacchio, Modena, Palermo, Ragusa,
Santarcangelo di Romagna e Venezia. Sono opera sua anche i piani di assetto
territoriale e paesistico del Delta del Po e della Val Trebbia, oltre
ai progetti di restauro e di recupero edilizio ed urbano di Cattolica,
Cesena, Lugo e, naturalmente, Bologna. Come consulente giuridico ha collaborato
alla stesura della legge sul recupero urbano ed è inoltre autore
di numerose pubblicazioni e libri che rappresentano veri e propri punti
di riferimento per l’ambiente urbanistico. La sua filosofia è
racchiusa nel concetto che la città di ieri contiene quella di
domani e soltanto comprendendo questo assunto si può dare un futuro
vivibile al nostro passato.
Architetto Cervellati, come ricorda Bologna negli anni Settanta?
Bologna è una città che all’inizio del mandato di
Zangheri ha quasi mezzo milione di abitanti e che all’elezione del
suo successore alla poltrona di sindaco ne avrà persi più
o meno il venti per cento. La città vive in quegli anni il cambio
dello scenario fisico degli abitanti rispetto alle prospettive che erano
state avanzate da Guido Fanti, mentre il drammatico problema della casa
che si portava dietro dal primo dopoguerra comincia a risolversi. L’avvio
delle infrastrutture progettate dalla precedente amministrazione, tra
discussioni e ridimensionamenti, decolla con il passaggio dal piano intercomunale
a quello del comprensorio e vede purtroppo il fallimento del comprensorio
stesso; di quello di Bologna come quello di tante altre città.
Ma per Bologna fu più grave perchè eravamo stati noi, negli
anni Sessanta, a partire per primi su questo obiettivo.
E il cambio della guardia tra Fanti e Zangheri?
Fanti era stato un ottimo amministratore che aveva saputo proiettarsi
in un piano capace di trasmettere la sua visione programmatica a livello
di Regione: il suo progetto nasce a Bologna, ma si esplica successivamente
nell’impianto della prima guida regionale che è stata, a
mio avviso, anche la migliore. Zangheri riceve quindi un’eredità
consistente ed ha la capacità di usarla, con interessi più
sul sociale e non strettamente convergenti con quelli del suo predecessore
ma sempre comunque sulla scia della programmazione, per fare di Bologna
una vetrina internazionale. E’ un sindaco estremamente affascinante,
dall’inglese oxfordiano, un uomo colto che secondo me rappresentava
perfettamente l’immagine che la nostra città aveva in quegli
anni nel mondo.
Un sindaco che aveva la capacità di “amministrare”
anche le contraddizioni sociali e culturali della città?
Indubbiamente sì. Almeno fino al ’77. Con la crisi del movimento
degli studenti si infrange una sorta di patto sociale e comincia per la
nostra città un declino irreversibile che vedrà successivamente
naufragare inesorabilmente tutte le ipotesi di pianificazione delle amministrazioni
precedenti.
Pensa che il marzo del ’77 rappresenti la fine dell’ipotesi
che aveva fatto di Bologna un “caso” anomalo e felice conosciuto
in tutto il mondo?
Sì. Senza dubbio. Fu un vero trauma per la città, per i
suoi abitanti ed i suoi amministratori. Non so dire se il momento dello
strappo fu proprio a marzo con l’uccisione dello studente Lo Russo,
o a settembre con la manifestazione del convegno studentesco. Non so quale
sia stato il momento cruciale, ma sicu-ramente quell’anno ha rappresentato
per la città l’inizio della sua decadenza.
Non eravamo più diversi e felici?
No. Eravamo tornati ad essere una città come tutte le altre: senza
una programmazione efficace, con problemi materiali irrisolti e tensioni
sociali evidenti.
Neanche il sindaco Zangheri lo era più?
Indubbiamente la situazione si era involuta non poco. L’immagine
della città si era decisamente appannata, tutta la leggenda dello
stile di vita bolognese si stava sgretolando e per le strade l’aria
non era più quella che si era abituati a respirare prima.
Come ricorda l’ultimo
periodo del mandato di Zangheri?
I suoi ultimi cinque anni da sindaco, a mio avviso, sono stati per lui
molto amari. Anche cercando di dare un giudizio distaccato dalle persone
ad un quarto di secolo di distanza, che offre comunque la prospettiva
di un’interpretazione più corretta e serena, io credo che
lui abbia fatto con grande entusiasmo e passione il suo lavoro di sindaco
fino ad un certo punto, quando si è visto sopraffatto da una situazione
politica bolognese anche interna al suo partito che non era certamente
qualificata. Ripenso anche all’arrivo di Renzo Imbeni, che viene
da Modena per interessarsi di una città che fondamentalmente non
conosce e che secondo me non ama, che in pratica non attende altro che
Zangheri lasci libera la poltrona di primo cittadino.
Come commenta l’affermazione che Fanti sia stato il sindaco
che ha rappresentato Bologna nella sua interezza e che la stessa cosa
non si possa dire di Zangheri?
E’ delicato intendersi sul termine di interezza. Senza dubbio penso
prima di tutto ai dodici anni di Zangheri e ai quattro di Fanti; la diversità
tra i due sta anche nella differenza della lunghezza dei loro mandati.
Se Zangheri fosse uscito dalla scena bolognese subito prima del ’77
il mio giudizio su di lui sarebbe perfettamente omologo a quello che esprimo
sul suo predeces-sore. mincia per la nostra città un declino irreversibile
che vedrà successivamente naufragare inesorabilmente tutte le ipotesi
di pianificazione delle amministrazioni precedenti.

Enrico
Berliguer e Renato Zangheri
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