Il villeggiante in Appennino
Ricerche, statistiche inaffidabili, usi e costumi di costui

Sparite le osterie dall’Appennino

e chi ci andava dentro è ancora lì a chiedersi che fine hanno fatto

di Riccardo Lolli

Le osterie non sono sparite solamente da Bologna: una rapida ventata le ha cancellate anche dalle montagne del nostro appennino. Fino ad una decina di anni fa esistevano e prosperavano, in paesi dove tutto ci si sarebbe aspettato eccetto il vederle ed il vedercisi dentro. A Monghidoro lo Ye Olde Avalon faceva coppia con la Cantina Antico Angelo: il primo, gestito dal buon Vittorio e dalla moglie Lorraine, barcollava tra le categorie english pub, coffee shop e bar sport, concedendo assolute libertà di movimento e di pensiero nonchè un’ottima residenza (orario quasi continuato, da un mattino a quello successivo) ai tanti giovani insofferenti delle proprie famiglie. La seconda era nelle egizie mani di Nabil, le quali elargivano tortellacci e filetti al pepe rosa ad una clientela piuttosto esigente. Dopo essere diventata di tutto, anche pizzeria, è stata ripresa recentemente dal caro Matteo, ed aspira alla menzione di Osteria 2000. Entrambi i locali avevano alle spalle una storia pluridecennale: si era immersi perciò in quel "vissuto" indispensabile, ma, mentre all’Avalon si potevano ascoltare cassette di Van Morrison, Clash o Clannad, alla Cantina l’orecchio era massacrato dallo stesso album di Stephen Schlaks ad libitum. All’Osteria dei Molinelli, tra S. Benedetto e Rioveggio, si respirava aria importante quando ogni settimana Cavicchi e la sua orchestra suonavano jazz, finchè, dopo un ardito cambio di consegne, il nuovo gestore non si presentò davanti al microfono a cantare le famose canzoni a doppio senso, disponibili in musicassetta alle bancarelle degli ambulanti toscani.
La buona musica era prerogativa pressochè comune alle osterie, così come una vena di follia negli osti. Costoro erano, come dire, di un’altra casta. Venivano spesso dalla città, o almeno l’avevano frequentata, e agli occhi "maravioni" di noi agricoli apparivano un po’alieni. Aleggiava anche una scarsa fiducia, dovuta ai repentini cali e rialzi del prezzo dello stesso articolo nell’arco di pochi giorni. Gli osti ed i loro collaboratori erano poi soliti scambiarsi la gestione dei locali con scioltezza e velocità, lasciando un po’ interdetti diversi avventori che sceglievano impietosamente a "simpatia" il locale da frequentare e quello da boicottare. Lo Stragatto di Castel dell’Alpi non aveva di questi problemi: sito in posizione strategica, sulla strada per le discoteche di S.Benedetto, in riva ad un lago inquietante ma turistico, raccoglieva sia timide famiglie domenicali sia gruppi di avvinazzati in vena di danni. Il risultato più eclatante ottenuto dai suoi gestori, comunque, fu quello di radunare e spargere per il piccolo paesino misteriose orde di strani tipi (pittori, orchestrali, creativi generici) che si aggiravano con gli occhi a palla e spesso prendevano pure una casa e la residenza.
Marco il cuoco, osservato con paterno compiacimento da Andrea, saltava giù dai tavoli in costume da "Marchino Buonino" (super eroe positivo paladino della ristorazione democratica) mentre Claudio fotografava il tutto. Le donne, che contrariamente a quanto si possa pensare erano ben presenti in questo locale come in altri, continuavano imperterrite nella rara arte di fare i "castelli" incollando le cartine corte e svuotavano rapidamente caraffe e bottiglie (bottiglia: misterioso contenitore simile al fiasco, potenzialmente pericoloso per le tasche dei clienti, che lo seguivano con sguardo attento ma basito durante tutte le sue fasi nella mano dell’oste).
Anche i cosiddetti "cavallari" girovagavano per osterie: parcheggiato il cavallo ad un lampione in perfetto stile Silverado, devastavano il locale ballando gighe al grido folk di "non venisse mai giorno!". Essi di solito interrompevano drasticamente qualunque attività si stesse svolgendo, dal discorso da osteria (che a differenza di quello da bar, breve e scontato, poteva durare anche quattro ore e vertere sulla formula chimica del polivinilpirrolidone ) alle partite a scacchi fra irriducibili singles, terrorizzando alcuni bambini che, con famiglie più sobrie, passavano occasionalmente per bere una spuma al cedro, e divertendone altri che erano invece usi restare a fianco del padre, in mezzo al fumo, fino alle due di notte. Altri frequentatori di osterie: stanchi operai del Comune, anziani gamblers in cerca di diecimila lire in prestito per fare l’ultima briscola, giovani coppie in cerca di emozioni forti, coppie di mezza età in cerca di emozioni deboli, chitarristi da strapazzo che tuttavia coinvolgevano con una nuova versione atonale della Canzone del Sole gruppetti di due o tre amici (nel caso dei monghidoresi) o di cinquanta – sessanta (nel caso dei loianesi) che percorrevano diversi itinerari facendo tutte le tappe alcooliche disponibili.
Le frequenti visite notturne dell’Arma non interferivano più di tanto nelle varie attività ludiche e psicotrope che spesso movimentavano le fredde atmosfere montanare.
C’erano le finte vere osterie, che nascondevano un’anima di cappuccini e acque gasate; le vere finte osterie, magari con il bancone nuovo di pacca ma già impregnate di fumo e vino rosso rovesciato; le finte finte osterie, che peraltro sono le uniche giunte fino a noi, per chissà quale scherzo del destino o strategia di marketing.
Quelle vere vere, secondo la presente classificazione, erano quelle di città, e pochi fra noi montanari hanno mai avuto l’occasione di poterne godere.