
Tutto, o quasi, quel che
capita a Bologna in materia d’arte contemporanea sisvolge, ogni anno,
in un freddo fine settimana di gennaio. E non è solo questione di Arte
Fiera (o “Art First” come è stata ribattezzata quest’anno),
è che tutto, in quei giorni, si muove per “fare sistema”,
come si dice oggi. Hotel, associazioni e spazi più meno “occupati”,
gallerie di bon ton e alternative si danno da fare per creare un evento che
continua anche dopo la chiusura degli spazi fieristici, che fa girare come trottole
presenzialisti e talent-scout, galleristi, studenti dell’Accademia e collezionisti.
Ma cosa rimane finita la festa?
Un gallerista bolognese, presente con uno stand alla fiera, raccontava di come
ciascuno di loro si lamenti ogni anno invariabilmente della fatica di stringere
mille mani cercando di focalizzare altrettanti volti di potenziali clienti,
di come si arrivi a sera distrutti dal via vai e di come invece ancora li aspetti
la cena del collezionista blasonato a cui non si può mancare… Ma,
alla fine, di come sia triste, il lunedì di chiusura, fare le valigie
e dire “è finita”. Sì, perché in effetti quando
di spengono le luci di Arte Fiera, cosa rimane? Qualche mostra (vedi tabella
riassuntiva) ben pubblicizzata, e anche interessante, non lo nego, ma serve
ben altro alla nostra città! Abbandoniamo una volta per tutte l’idea
di imitare le grandi mostre di Ferrara (solo per restare in regione) che fanno
cassetta e pensiamo a creare nuovi spazi per chi vuole fare qualcosa di nuovo.
Ciò che manca è lo stimolo alla sperimentazione, un luogo in cui
mostrare ciò che si è fatto e confrontarsi, un fermento “organizzato”
quel tanto che serve a non disperderlo. Come ai bei tempi del DAMS pioniere
per intenderci.
In questo senso la nostra GAM, che dovrebbe essere il cardine di questo nuovo
corso bolognese, al massimo riesce a farsi fulcro di polemiche un po’
noiose quale quella su dove mettere lo scalone centrale progettato con la vecchia
giunta nella sempre futura sede dell’ex Forno del Pane e cose del genere.
In compenso il “Giornale dell’arte”, la rivista per eccellenza
del settore, tra il serio e il faceto ha domandato a direttori di museo, critici
e quant’altro, di indicare il meglio e il peggio in campo artistico. Più
d’uno si è preso la briga di fare il nome del nostro Weiermair
o delle mostre da lui allestite. Rimane il dubbio che ci sia qualche invidia
che pilota tanto livore, ma tant’è il nostro successo sulla stampa.
Vedremo cosa si dirà del prossimo direttore del museo, dato che gli hanno
dato il benservito. In fondo anche di Eccher si parlava piuttosto male e al
MACRO di Roma non credo gli manchiamo granché. E a proposito di istituzioni
comunali, chi non ha ancora fatto un salto nella libreria Sala Borsa? E’
aperta fino a sera inoltrata e organizzata su tre piani in quello che è
certo uno dei luoghi-simbolo della cultura in città. E che ci trovi?
Libri in vendita! La dice lunga, credo. La biblioteca, in questa violentata
istituzione, si è trasformata in luogo d’élite perché
se non si sa da dove passare, non se ne trova nemmeno l’ingresso. C’è
chi dice che avvicinerà la gente alla cultura grazie ai suoi caffè
(sì, sono due!) e al suo ristorante in cui sorbire qualcosa tra i libri
a montagnetta. Chissà, magari per osmosi….
Riassumendo… |