Una
festa di piccoli grandi vini
di Fabio Giavedoni
La produzione enologica nazionale
continua a fare enormi passi sotto tutti gli aspetti: qualità del
prodotto, affidabilità, ricerca, investimenti, ecc.
Anche regioni storicamente meno vocate e conosciute stanno dimostrando
che è possibile migliorare la produzione vitivinicola e raggiungere
traguardi impensabili solamente pochi anni fa.
Questa indubbia crescita, però, spesso è avvenuta e avviene
uniformando la produzione (dal vitigno alla cantina) sui vitigni internazionali,
magari con l’utilizzo di pratiche enologiche che ne standardizzano
il gusto, trascurando il patrimonio viticolo autoctono e tradizionale.
Sulla base di queste considerazioni iniziali è stata promossa da
Slow Food Emilia Romagna - con la collaborazione del
Comune di Bagnacavallo, della Provincia di Ravenna, della Regione Emilia
Romagna, dell’AIES e del Consorzio Produttori di Bagnacavallo -
la seconda edizione della rassegna “Figli di un Bacco minore?”
che si è tenuta a Bagnacavallo, in provincia di
Ravenna, all’interno delle sale e dello splendido chiostro del Convento
di San Francesco, il 28, 29 e 30 maggio.
La manifestazione è stata una sorta di vetrina nazionale della
migliore produzione enologica da vitigni autoctoni e di tradizione italiani
alla quale hanno partecipato più di duemila persone: un grande
banco di assaggio (erano presenti oltre 350 vini
in degustazione libera, in rappresentanza di oltre 160
vitigni, prodotti da circa 250 cantine provenienti da
tutte le regioni italiane) su quanto di meglio la tradizione
vitivinicola italiana può proporre aldilà dei “soliti
noti”.
Una produzione quantitativamente ed economicamente insignificante nel
panorama nazionale ma preziosa testimonianza di una biodiversità
unica.
Non era nelle intenzioni di Slow Food una difesa ideologica e conservatrice
della tradizione “come valore in sé”, semmai l’obiettivo
è stato la salvaguardia, la promozione e l’ulteriore valorizzazione
della biodiversità, quale espressione di cultura e di storia non
solo enologica di un territorio. Le domande che già nella prima
edizione del 2003 venivano poste all’attenzione dei media e dei
consumatori continuano ad essere di attualità, anzi ultimamente
si assiste ad un vero e proprio fenomeno di “moda” nel consumo
di vini da vitigni autoctoni che porta come prima conseguenza una riflessione
ancora più attenta sul significato e sul valore dei termini “autoctono”
e “tradizionale”.
In sintesi l’obiettivo della manifestazione è stato quello
di vedere che cosa si può fare per rilanciare gusti enologici antichi,
dimenticati ma autentici, e determinare un mercato più ampio per
quei produttori che tenacemente ed orgogliosamente hanno resistito a produrre
buoni vini non sempre adeguatamente conosciuti, valorizzati e remunerati.
Per far questo, ma soprattutto per incuriosire e soddisfare l’attenzione
di coloro che a Bagnacavallo hanno avuto la possibilità di esserci,
sono stati organizzati incontri, dibattiti e degustazioni di vario genere.
Venerdì 28 maggio si è tenuto un importante convegno dal
titolo “Quale futuro per il Burson?” organizzato
dal Consorzio Produttori di Bagnacavallo che lavora da anni per la valorizzazione
della varietà autoctona della zona chiamata Longanesi, dal nome
del contadino che per primo la coltivò e la diffuse sul territorio.
Nella stessa giornata è stato presentato il libro Il suolo
un patrimonio da salvare, edito da Slow Food, alla presenza dei due
autori, i francesi Claude e Lydia Bourguignon.
Nella giornata successiva i numerosi produttori presenti hanno potuto
seguire i lavori di un incontro dal titolo “Vitigni autoctoni
e lieviti indigeni selezionati: lo stato dell’arte e della ricerca
in Emilia Romagna”.
Una introduzione storica e alcune considerazioni attuali sull’utilizzo
dei lieviti indigeni nella vinificazione delle varietà autoctone
con la presentazione delle realtà e delle esperienze di ricerca
sui lieviti selezionati da vitigni autoctoni da parte del dott. Fabio
Coloretti dell’Università di Bologna e della prof.ssa Maria
Daria Fumi dell’Università di Piacenza, e la relazione dei
dati di una piccola ricerca effettuata da Slow Food Emilia Romagna presso
i produttori della regione.
Domenica 30, infine, si è tenuto un simpatico incontro con i produttori
romagnoli di Sauvignon Rosso, o Centesimino, per fare il punto
della situazione sull’identità del vitigno e sulla sua produzione,
con l’ausilio della dott.ssa Marisa Fontana del CRPV di Faenza.
Infine, una serie di degustazioni verticali (5 annate differenti del Montepulciano
d’Abruzzo San Clemente di Ciccio Zaccagnini, 4 annate del Recioto
della Valpolicella Capitel Monte Fontana dei Fratelli Tedeschi, 5 annate
del Carignano del Sulcis Terre Brune della Cantina di Santadi), una “mitica”
degustazione di 4 annate di vecchi Marsala della Cantina Florio (annate
1939, 1944, 1963 e 1964) e una degustazione didattica sui vini dei territori
di Soave, hanno fatto da degno contorno alla manifestazione, aumentandone
ancora di più i contenuti.
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