Noi, Bukowsky in sedicesimo
di Piero Valdiserra

 

Nel numero 60 di CapitaABologna abbiamo letto con interesse l’estesa mappatura tracciata da Umberto Faedi sulle osterie bolognesi. Un’autentica chicca storica, impreziosita da virtuosismi archivistici e da sapienti stoccate dialettiche. Non possiamo che augurarci di scorrere più spesso delle stratificazioni altrettanto articolate e personali di quella bolognesità d’epoca che tende purtroppo a scomparire.
A proposito di osterie cittadine, no non abbiamo né la competenza né l’intelligenza di Umberto, capace di sondare a menadito le ramificazioni esterne e, soprattutto, ctonie di quel mondo variegato. Ciò che ci resta delle nostre abitudini e dei nostri ricordi sono solo pochi frammenti emotivi, che vorremmo comunque sottoporre alla benevolenza della redazione e dei lettori.
Siamo frequentatori moderati di osteria, e nemmeno da tempi troppo remoti.
Il nostro giorno dedicato, diciamo così, è il sabato mattina, preferibilmente verso le undici, quando l’affollamento non è ancora eccessivo. Il locale è una vecchia mescita del centro, frequentata dagli avventori più diversi e curiosi: di essa non cerchiamo in particolare il cibo, o i vini, o la compagnia, o la mobilia e gli arredi. Tutte cose degnissime, queste, ma che a nostro avviso non fanno la differenza. No. Cerchiamo l’atmosfera di libertà. Facciamo un passo indietro, che in realtà è una domanda retorica. Quante volte nella nostra “giornata tipo” dobbiamo pensare questo, dire quello, fare quell’altro ancora, e via scandendo, e via correndo, senza tregua? Lasciamo perdere, direte voi, meglio non mettersi neanche a contare. Appunto.
L’osteria del sabato mattina, l’osteria come la amiamo noi, è invece una specie di isola che non c’è (ma c’è ancora, eccome se c’è!). Varcata la soglia, e sedutici al tavolo, il mondo cambia: se vogliamo
parlare parliamo, se vogliamo tacere stiamo zitti, se vogliamo leggere leggiamo il giornale, o qualsiasi altra cosa ci capiti fra le mani, se vogliamo bere o fumare il toscano lo facciamo, se vogliamo contemplare inebetiti il pavimento possiamo perderci a nostro piacere, e per il periodo che più ci aggrada. Senza che nessuno (gestori, clienti, conoscenti) obietti alcunché.
Questa, amici, è la libertà perduta, la libertà di epoche vertiginosamente lontane, eppure ancora viva per miracolo. È la libertà “negativa” di Constant e di Berlin, direbbero gli studiosi. La libertà di starcene in pace, diciamo noi, sentendoci attorno un rispetto numinoso e pur tuttavia naturale del nostro essere come cavolo ci pare, lì e in quel preciso momento.
Vi sembra poco? Per noi è quasi tutto.
Ci fa sentire dei Bukowski in sedicesimo, però con la stessa vitalità spontanea che ci cresce dal di dentro. È una bombola di ossigeno esistenziale, che se saltiamo qualche sabato ci manca terribilmente. È uno spazio interiore di balsamica sospensione, che si va perdendo come tutti gli altri tesori classici d’osteria, il vino della casa, le carte, le canzoni.
Per cui attenti: quando entrate in un locale d’antan, annusate l’aria. Se sentite la libertà attorno a voi, fatene una buona scorta per il futuro. Fermatevi a sedere, a guardare, a pensare, a parlare, a bere se volete, anche solo a perdere tempo: non sarà mai tempo perso.