A Orbetello sulle tracce del Lupo
*Ultimo appunto di viaggio del 2004 di Andrea Dal Cero
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Mi ero fermamente riproposto di restarmene a casa fino a dopo le feste di Natale,
ma Giulio mi ha tirato giù dalla poltrona in cui mi ero volitivamente
sprofondato semplicemente proponendomi di seguirlo ad Orbetello. In questo fine
settimana (17 e 18 dicembre per chi legge) tra le lagune salmastre e le vecchie
tonnare dall’Argentario, si riuniranno i maggiori specialisti del settore
marittimo per mettere apunto una metodologia capace di
individuare e salvare i siti dell’archeologia industriale del nostro mare.
Tra tanto fervore ecocompatibile, personalmente mi auguro di avere incontri
ravvicinati ed approfonditi con qualche cacciucco fatto come si comanda e magari
con un gruppetto di triglie alla livornese accompagnate da un buon Vermentino,
oppure da uno di quei rossi giovani e appena aspri, da far schioccare il palato,
di cui la zona è capace. Il vero motivo per cui lascio l’angolo
invernale dello studio e ficco in valigia le solite cose non c’entra nulla
con l’archeoindustria marittima, per cui nutro peraltro un interesse assai
moderato. Il fatto è che proprio ieri l’altro, in casa di amici,
mi è capitata tra le mani una ristampa del ’52 delle “Novelle
toscane” di Ferdinando Paolieri, che in un’edizione precedente leggevo
e rileggevo da bambino e che penso resista ancora nella casetta in Toscana.
E’ un libro che parla di uomini, luoghi e soprattutto di animali. Tra
la novelle ce n’è una dedicata a Stellino, un cane avvelenato dalla
polpetta di un guardiacaccia (siamo all’inizio del Novecento) che nella
sua agonia è pieno di ritegno e di cui il suo padrone dice: “Per
paura di darci noia, non fiatò più!” E’ più
o meno la stessa descrizione che si incontra ne “Il taglio del bosco”
di Cassola, ambientato solo qualche chilometro più a Nord. Di fronte
all’arrabbiatura di Guglielmo, il boscaiolo che ce l’ha col mondo
intero, il suo cane si rannicchia in un cantone della cucina e vorrebbe quasi
scomparire per essere di fatto estraneo al furore del suo padrone. E’
una cabala quella che mi spinge a uscire di casa. Cabalisti non si nasce: lo
si diventa a forza di vivere e di guardarsi intorno.
Dalla zona di Orbetello veniva il mio amico Cesare Pacini, boscaiolo e carbonaio
con poco passato e completamente sprovvisto di futuro. Tra Pomarance, Massa
Marittima e Castelnuovo era conosciuto come Il Lupo. Evitato dai più,
viveva ai margini della civiltà e trovò infine rifugio, asilo
forse sarebbe stato troppo, proprio nel paese dove è ambientato il romanzo
di Cassola e di cui non dirò il nome perché sono in questo caso
contrarissimo all’incoming e i turisti spero che continuino a godersi
la Toscana un po’ più il là. Negli anni Sessanta il Lupo
sviluppò un interesse crescente per mio padre e arrivò addirittura
a chiuderselo nella sua capanna per fargli assaggiare un formaggio. L’episodio
è entrato nella storia di famiglia come “quando il Lupo rapì
il babbo” e la sua narrazione si è nel tempo arricchita di particolari
esilaranti. Con gli anni fui io ad interessarmi del Lupo. Lo incontravo spesso
mentre sfrascava nella macchia come un cinghiale e presi l’abitudine di
seguirlo per tratti sempre più lunghi finché non cominciammo a
chiacchierare delle cose della vita. Sapeva appena leggere e scrivere ma recitava
a memoria la Gerusalemme Liberata, sonettava la Pia dei Tolomei e un paio di
volte lo vidi montare su un cumulo di legna appena tagliata come salisse su
una barricata e cantare a squarciagola un inno rivoluzionario della Comune di
Parigi. Abbiamo passato assieme, mentre la carbonaia fumava e lui stava ben
attento che non facesse fiamma, alcune delle notti più strane della mia
vita. Tracannando anch’io gli intrugli che preparava per rimanere sveglio
una notte dopo l’altra, ho finito per sentire voci e suoni di cui soltanto
i carbonai dell’Amiata e delle Colline Metallifere conoscevano il significato.
Strano uomo Cesare Pacini detto Il Lupo. Un paio di anni fa, era estate, passò
per il paese e disse a mio padre: “Salutami il tu’ figliolo!”.
Non arrivò a settembre. Il Tirreno fece due colonne col titolo “E’
morto l’ultimo carbonaio toscano” ma l’articolista forse una
corrispondente, forse troppo giovane, probabilmente più a suo agio in
città che tra i boschi, non seppe raccontare di lui e della sua storia:
ci fece un pezzo freddo. Così, approfittando di questo simposio di esperti
marittimi, cercherò tra un ristorante ed un convegno di trovare nuove
tracce del passaggio del Lupo nei luoghi da cui era venuto per entrare nella
nostra vita. Mi sembra un buon viatico per questo Natale alle porte. *
* Già pubblicato su ABC, supplemento economico del Domani
di Bologna, di martedì 21 dicembre 2004