Un
anno fondamentale per i locali che vendevano vino e altre bevande quali birra
e sidro è sicuramente il 1588: Papa Sisto Quinto, alias Felice Peretti
da Ripatransone in provincia di Ascoli Piceno, che resse il soglio pontificio
dal 1585 al 1590 e aveva parenti dislocati in Romagna, impose nelle terre controllate
dal potere temporale della chiesa misure esatte per i contenitori che venivano
usati per le mescite. Nacquero così i tipici recipienti tramandati fino
ai giorni nostri con l’intento nobile di tutelare il consumatore. Gli
avventori dei locali disponevano mediamente di pochissimi spiccioli da spendere
e Sisto volle fare in modo che fossero garantiti, contro le furberie e l’avidità
degli osti, dal bollino pontificio apposto sul litro, il mezzo litro, il quartino,
l’ottavino e il decimo che sancivano l’esatto contenuto del recipiente.
Il popolino attribuì subito i nomignoli più disparati a questi
contenitori. Il litro venne battezzato tubo, il mezzo foglietta
o fojetta, il quarto chierichetto e il decimo sospiro
perchè conteneva una quantità così piccola che si sospirava
nel richiederla pensando che sarebbe durata pochissimo. Locali che possiamo
assimilare alle osterie esistevano già nel quarto secolo avanti Cristo.
Il termine deriva dal latino hospes che significa sia ospite che oste
e dal tardo medievale ospiteria contiguo di hospitalis poi
diventato ospedale ma anche ostello.
Nel Medio Evo il termine hosteria o hostaria indicava genericamente un locale
o un luogo dove si poteva trovare vitto, alloggio e stallatico, cioè
rifugio notturno a pagamento per cavalli e muli. Si trattava quindi di situazioni
atte a fornire servizi quali il bere, il mangiare, il dormire ed il ricovero
per cavalli e carrozze. In alcuni di questi rifugi era possibile trovare anche
compagnia femminile, proposta generalmente dal gestore a rischio di sfidare
le ire di mariti e fidanzati. Spesso erano le mogli degli osti, attirate dai
personaggi più svariati e strampalati che si fermavano per poche ore
solamente, a infilarsi nottetempo nei letti dei viandanti per spezzare la monotonia
di una vita sempre eguale forse spinte dal fatto che spesso i loro mariti erano
molto più anziani ed un giovane viaggiatore rappresentava una ghiotta
occasione per estraniarsi dal solito andamento quotidiano dell’esistenza.
I termini albergo e locanda cominciarono ad essere usati dal diciassettesimo
secolo in poi. Il termine osteria usato al posto di albergo si trova in un manoscritto
intitolato “Itinerario delle Poste per diverse parti del Mondo”
compilato da un tale Cherubino della Stella nel 1563. Erano considerati albergatori
coloro che offrivano riparo notturno e cibo con pasti frugali o completi per
chi se lo poteva permettere e lo stallaggio per cavalli e muli. Quindi anche
gli osti venivano considerati albergatori. Alla fine del Seicento cominciarono
ad essere considerati osterie solamente gli alberghi più popolari e frequentati
dai cosiddetti plebei. Nelle taverne generalmente non si dormiva, ma in compenso
si mangiava e soprattutto si beveva. Erano i luoghi preferiti dagli studenti
che trascorrevano serate, spesso codificate come appuntamenti fissi nel corso
della settimana, e diventavano le sedi atte ad ospitare feste per il superamento
degli esami e per celebrare l’inizio o la fine dell’anno scolastico.
Ovviamente si parla di studenti dei collegi universitari, non di quelli di più
giovane età. Spesso questi studenti intrecciavano relazioni amorose con
le servette e le cameriere e ciò serviva ad attenuare la lontananza da
casa (oltreché soddisfare i sensi) dato che molti studenti delle università
provenivano da altre città e frequentemente anche da altre nazioni.
Dalle taverne deriveranno poi nel tardo Settecento e nell’Ottocento le
osterie come le conosciamo noi oggi. Gli stallaggi vivevano in stretto rapporto
con questo tipo di esercizi, soprattutto con quelli situati lungo le grandi
vie di comunicazione. Nella stalla c’erano il fienile, il letamaio e spesso
la bottega del maniscalco che era quasi sempre anche fabbro e falegname. In
queste officine ante litteram era possibile far riparare carri, carrozze, calessi
e far ferrare o sistemare gli zoccoli dei quadrupedi. Era anche possibile trascorrervi
la notte se non si avevano in tasca denari sufficienti per dormire nelle stanze:
bastava accordarsi con il proprietario dello stabile. Prima dell’anno
Mille questa tipologia di locali era di proprietà esclusiva di privati.
Successivamente il monachesimo pose l’obbligo nei suoi ordinamenti di
tenere aperti locali di ricetto o ricevimento, anche presso i conventi e i monasteri
per dare rifugio ai viaggiatori e ai viandanti che di notte si fossero perduti
o abbisognassero di cure o semplicemente di riposo. 
Ecco nascere quindi cittadelle fortificate che racchiudevano nel loro perimetro
cintato di mura e protetto da torri, monasteri, chiese, case e locande che garantivano
un riparo sicuro per la notte. Questa usanza fu della massima utilità
sociale per chi doveva spostarsi e si può considerare come l’iniziativa
che ha dato origine ai moderni alberghi per viaggiatori. Tanto che divenne premura
dei governi incentivare e favorire la presenza di alberghi e osterie lungo le
strade di maggior comunicazione. In questo senso il Granducato di Toscana fu
uno dei primi stati sovrani ad organizzare nell’Ottocento, presso alberghi
ed osterie, stazioni di posta con sosta obbligata per consentire il cambio dei
cavalli e per smistare corrispondenza, denari, bandi e documenti. Le osterie
offrivano un servizio non solo ai viaggiatori ma anche alle popolazioni locali.
Sorgevano spesso in prossimità di valichi montani e a fianco di ponti
o guadi sui fiumi: spesso l’oste faceva anche il traghettatore o passatore
da una sponda all’altra. Sono arrivate fino ai giorni nostri osterie -
botteghe di campagna che hanno mantenuto la loro funzione di punto di aggregazione
per i contadini e di distribuzione di generi di prima necessità: i cosiddetti
spacci o empori.
In Toscana sono tuttora denominati appalti poiché disponevano e dispongono
di generi distribuiti dai monopoli dell’allora Granducato, dello stato
sabaudo successivamente e dell’attuale repubblica ai giorni nostri. In
molte zone, come testimonianza di un’epoca e di locali scomparsi, troviamo
a ricordo della loro presenza toponimi quali Osteria, Osteriola, Osteria Grande,
Ostellato, Ostello, Osteriaccia, Ospitale, Ospital Monacale soprattutto nella
bassa bolognese e ferrarese, nella campagna romagnola e nella collina toscana,
mentre Osteria Nuova impazza nelle Marche. Spitaletto e Ospedaletti sono in
Liguria, mentre troviamo cinque Ospedaletto fra Emilia e Romagna e addirittura
sei distribuiti nel Triveneto. Alcuni Ospitaletto sempre in Emilia e nel Veneto.
A Sud rintracciamo Masseria Ospedale nel leccese, Ospedalicchio in Umbria e
Ospedaletto d’Alpinolo in provincia di Avellino. Altri toponimi quali
Bettola, Bettole, Bettolina, Bettolaccia ed anche Canova (osteria di campagna),
Caneva, Canevella sono più frequenti nelle terre emiliane rivolte verso
Nord e in Triveneto.
Il termine Albergo è diffuso soprattutto nel Bolognese (Malalbergo) e
nel Ferrarese, ma anche in Campania troviamo Buonabitacolo nei pressi di Salerno
e Buonalbergo in provincia di Benevento e in Toscana Alberghi a Pistoia e L’Albergo
ad Arezzo. In Sardegna troviamo Buoncammino mentre nell’Italia del Sud
sono più diffusi i termini Cantina e Cantinaccia. Nelle città
le osterie erano collocate nei punti più strategici: appena dentro o
appena fuori le mura; spesso facevano tutt’uno con le locande. Nei pressi
delle piazze dove si tenevano ed ancora si tengono i mercati che già
fin dal primo mattino si riempivano di avventori, mercanti, mediatori, comari
e commercianti. Nei quartieri popolari c’erano locali frequentati da lavoratori,
operai e artigiani.
Fin dopo la seconda guerra mondiale sono esistite osterie frequentate esclusivamente
da una certa categoria di lavoratori, ad esempio facchini, spazzacamini, gessaroli,
birocciai, vetturini (i nonni dei taxisti) e gargiolari (coloro che lavoravano
le stoffe). Molti di questi mestieri sono oggi scomparsi. Anche vicino a teatri,
arene e altri luoghi di intrattenimento erano posizionate buche e buchette che
si riempivano prima e negli intervalli degli spettacoli di spettatori che commentavano
sorseggiando una bevanda quello che avevano appena visto. Generalmente i più
gaudenti e i più snob, alla fine delle rappresentazioni, disertavano
le osterie per frequentare casini e tabarin: locali nei quali, oltre a trovare
procaci e disponibili compagnie femminili, era possibile pranzare e bere praticamente
ad ogni ora della notte e fino alle prime luci del mattino.