Dieci anni della nostra storia: vi raccontiamo come è cominciata
di Andrea Dal Cero


Una piccola storia di editoria di settore come ce ne sono tante.
Però, qui è la differenza, questa è la nostra storia.


Avevamo, il mitico Stanzani e io, una fiaschetteria all’angolo tra via San Donato e via della Repubblica a Bologna. Avevo rilevato il mio cinquanta per cento da suo cugino che, perseguitato da una storia d’amore del tutto indesiderata, voleva trasferirsi in un altro quartiere e vivere tranquillo.
Il capitale occorrente all’acquisto della mezza fiaschetteria veniva dalla vendita di una mezza osteria. Perché questa è una storia di iniziative commerciali condivise.
Lo Stragatto, l’osteria, era a Castel dell’Alpi: un posto tra Shining e Disneyland, con una decina di case, una chiesa, tre alberghi e due ristoranti, il tutto affacciato su un lago in cui d’estate navigavano barchette a remi di turisti sudati a trenta chilometri da Bologna, sull’Appennino che unisce noi emiliani alla Toscana. Era un ristorante fallito un paio di volte. Lo trasformammo, il mio socio era allora il buon Marchino Canè, in osteria con cucina e ci giocammo i ruoli a testa o croce: lui in cucina ed io al bancone.
Inspiegabilmente la cosa andò bene e dopo quattro anni vendemmo Lo Stragatto al cuoco, di cui nel frattempo ci eravamo dotati, e a sua moglie.
Ma torniamo alla fiaschetteria.
Ricevevamo le riviste del settore, alcune bellissime, ma non ci riconoscevamo nei loro contenuti.
Tutto era sempre troppo bello o troppo brutto. Il vino poi sembrava prodotto su un’altra galassia e destinato ad un pubblico in abito da sera. I nostri clienti erano invece estremamente terricoli e sanguigni: venivano a comprare il vino che avrebbero poi bevuto a casa loro; volevano spendere “il giusto” per accompagnare tutti i pasti della settimana.
Il cliente che preferivamo era quello che si portava via, o che si faceva postare a casa, un cartone di vino
alla settimana (a quei tempi i cartoni contenevano dodici bottiglie): aveva gusti definiti, li manifestava con chiarezza, spendeva volentieri i soldi che gli occorrevano per godere di un prodotto all’altezza delle sue aspettative. Quelli che invece arrivavano con fare saputello e dopo interminabili disquisizioni compravano ad un prezzo esorbitante un vino che non conoscevano non li amavamo affatto: non facevano mercato e, cosa per noi più importante, non ci davano nessuna garanzia di rapporto fiduciario.
Quando ci rendemmo conto che quello che adesso siamo abituati a chiamare “il vino quotidiano” lo compravano le persone con un più alto titolo di studio e maggiori possibilità economiche cominciammo a fare alcune considerazioni. La prima, senz’altro, era che la comunicazione del prodotto vino era impostata su una teoria inadeguata. La seconda era che, seguendo questa comunicazione, ci saremmo trovati anche noi alle prese con problemi di identità di impresa. La terza, la più importante, ci portava a ragionare e parlare chiaro: nonostante le proposte e le stranezze della carta patinata di quegli anni il nostro cliente era quello che beveva vino tutti i giorni!
Se non lo scrivevano gli altri avremmo potuto farlo noi.
Non vedevo Paolo Print Rippoliti da qualche tempo: assieme avevamo fatto più di un giornale negli anni Ottanta. Gli telefonai la mia idea e la notte seguente eravamo già a discutere i requisiti della gabbia tipografica.
In un angolo dello studio la vecchia Olivetti che Manuela aveva usato per ultima per le sue traduzioni dal tedesco ammiccava sorniona e disponibile.
Avevo tutto il necessario: mancavano soltanto i soldi.
Aspettai al varco i fornitori della fiaschetteria e riuscii a convincerne alcuni (quelli con cui avevo rapporti di amicizia perché con gli altri, in fondo, un po’ mi vergognavo) a sostenermi.
Ricordo con affetto Luciano Zanieri e Franco Dal Fiume che oggi non ci sono più; l’amico Carlo Gaggioli che come veterinario aveva assistito il parto di Ira (la mia dolcissima femmina di pastore tedesco: il primo cane di casa) e che come produttore non mi avrebbe mai lasciato in tutti questi anni senza la sua colonna di Pignoletto; Mauro Dall’Oca che mi procurò l’ultima di copertina coinvolgendo Pia Donata Berlucchi.
Con il menabò in una mano ed il volante nell’altra corsi a Verona.
Il Vinitaly del ’94 era alle porte e volevo esserci a tutti i costi.
Piero Paglialunga, il capo ufficio stampa, mi squadrò tra il divertito e l’incredulo mentre sfogliava quei fogli incoerenti. Da un angolo Carlo Alberto Delaini, giovanissimo e assunto proprio in quei giorni, solidarizzava con me con sguardi trasversali.
“Se riesce a fare davvero questa rivista entro una settimana, in tempo per la prima giornata del Vinitaly – sentenziò Paglialunga - le permetto di distribuirla all’interno dei padiglioni.”
Fu una settimana intensa tra tribunale, nottate con Print e giornate in tipografia, mentre il mitico Stanzani mandava avanti da solo il lavoro in fiaschetteria senza lamentarsi più di tanto.
Il primo giorno di Vinitaly, era ancora buio, entrammo a bordo del nostro Transit rosso e con l’autorizzazione dell’Ente Fiera tra i padiglioni e, ancora prima che la rassegna aprisse ufficialmente, lasciammo in ogni stand una copia di capitaALvino: una rivista nuova di cui molti, in dieci anni, non hanno ancora imparato bene il nome.
In terza pagina si poteva tra l’altro leggere: “capitaALvino vuole, già nel nome, esprimere l’agilità minimalista che ci sentiamo di adottare nella nostra linea editoriale e l’efficienza di un situazionismo, di cui non ci vergogniamo affatto, che riteniamo indispensabile venga impiegato anche dal comparto vino nel momento di mercato in cui ci troviamo ad agire. Una sorta di pensiero debole ma estremamente funzionale insomma, che si propone come strumento di informazione specifica per tutto quello che concerne la produzione, la commercializzazione e la vendita del vino e dei suoi naturali complementi.”
Tutto quello che è successo dopo è storia: una piccola storia minore di editoria di settore come ce ne sono tante. Inutile da raccontare a chi è abituato a seguirci perché la conosce già ed altrettanto inutile da proporre
a quelli che invece non trovano utile o gratificante sfogliare queste pagine perché tanto non leggerebbero neanche queste righe.
Nel Novantacinque, a seguito di una offerta estremamente vantaggiosa, la fiaschetteria fu venduta e il mitico Stanzani trovò il tempo per giocare con il suo piccolo Lorenzo che era nato qualche mese prima. A me rimase capitaALvino che portai avanti da solo fino all’arrivo, dopo meno di un anno, di Umberto Faedi. Umberto è l’amico, gli uomini sanno cosa vuol dire, che mi accompagnava di notte a prendere il treno per raggiungere il reggimento quando ero soldato. Assieme abbiamo continuato, molto spesso divertendoci, questo strano, difficile e gratificante lavoro. Stiamo abitualmente ai due lati opposti della stessa scrivania lunga quasi tre metri che cerchiamo inutilmente di tenere in ordine. Il telefono è nel mezzo: se non ci trovate provate a cercarci al Bar della Giovanna che è proprio qui sotto.