Il legno nel vino e le regole del biologico al congresso dell’Assoenologi concluso a Milano

"Vino nel legno o legno nel vino?" L’immersione di "pezzi di botte" nel vino è il sistema ingegnoso, attualmente vietato in Europa, che sta creando non pochi problemi a quelle entità, come l’Italia, che da sempre poggiano nell’affinamento in piccole o grandi botti la loro migliore produzione. Due le posizioni che hanno animato il congresso: quella dell’enologo Renzo Cotarella, direttore generale della Marchesi Antinori, che ha ribadito il suo legame alla tradizione, e quella dell’enologo Carlo Corino, per oltre vent’anni direttore generale della Montrose Winery (Australia) che, sia pur convinto che il buon uso della barrique dia risultati non eguagliabili, ha dichiarato che quella del "legno nel vino" è una tecnica di cui, nel mercato odierno, è assurdo privarsi. Al congresso dell’As-soenologi erano in molti a prevedere che, nonostante gli aspetti negativi, l’Europa dovrà adeguarsi, pena la perdita di ulteriori fette di mercato a vantaggio dei nuovi Paesi emergenti. Di grande interesse anche il tema: "Vino biologico, facciamo chiarezza". Innanzi tutto è stato chiarito che non esiste il "vino biologico" visto che questa categoria è già stata rigettata dall’Unione Europea che ha disciplinato il comparto attraverso il regolamento 2092/91 e sancito che il prodotto di trasformazione può essere indicato solo come "vino prodotto da uve ottenute da agricoltura biologica". Una precisazione non da poco su cui sono ramificati i successivi interventi. Critico sull’uso (e talvolta abuso) del termine "biologico" si è dichiarato Antonio Calò direttore dell’Istituto sperimentale per la viticoltura del dicastero dell’agricoltura "Non solo per motivi strettamente scientifici, ma anche per ragioni di "messaggio" che può portare ad equivoci e fraintendimenti". Dello stesso avviso anche Rocco Di Stefano, direttore dell’Istituto sperimentale per l’enologia dello stesso ministero che tra l’altro ha detto "Sembra assurdo parlare di vini biologici e proporre per la loro produzione tecniche che sono comunemente utilizzate per i vini comuni". Sono seguite le relazioni dell’enologo, Orazio Franchi, direttore tecnico delle Cantine Bosco del Merlo - Paladin & Paladin (la più grande azienda italiana produttrice di "uva da agricoltura biologica) e dell’enologo Ezio Rivella, già consigliere delegato della Banfi, ora presidente dell’Unione Italiana Vini. "Fare agricoltura biologica - ha detto tra l’altro Franchi - non significa solo abolire l’uso di concimi chimici, di antiparassitari di sintesi e di diserbanti, ma anche ricercare sempre nuove soluzioni tecniche che consentano di produrre uve di indiscussa qualità, riducendo drasticamente l’impatto ambientale". Nonostante i costi di produzione che sono di circa il 20% superiori a quelli dei prodotti ottenuti con sistemi convenzionali il vino ottenuto con uve prodotte da viticoltura biologica non riesce ancora a spuntare prezzi significativamente superiori rispetto a quelli ottenuti con tecniche tradizionali". Decisamente opposta la posizione di Ezio Rivella che ha ricordato come fatti recenti (mucca pazza, transgenico, ecc.) abbiano richiamato l’attenzione sui processi di produzione agricola: "Il consumatore rimane perplesso davanti ad alcuni accadimenti - ha detto - e giustamente si preoccupa di ciò che mangia: da qui il fascino della parola bio, ma quale è il criterio della discriminazione? Rispettando le buone tecniche di produzione - ha aggiunto Rivella - nel vino non rimane traccia minima dei prodotti usati per la cura dell’uva e questo viene facilmente accertato dall’analisi chimica di controllo. La differenza allora dove sta? In un pregiudizio psicologico, in una avversione viscerale o in una posizione di principio?"