Riccardo Margheriti: le nostre specificità come valenza-premio nel mercato globale

E’ ovvio che il futuro della nostra vitivinicoltura si gioca ormai nell’ambito della competizione globale. In tale ambito, che le imprese più internazionalizzate avvertano la necessità di potere offrire al mercato una più vasta gamma di qualità anche non annoverabili tra le tradizioni della loro zona di produzione, va compreso e per quanto possibile favorito. Ciò vuol dire accedere all’idea che possa esserci libertà d’impianto e perciò di profondi cambiamenti delle piattaforme ampelografiche? Io penso assolutamente di no, specie per le DOCG, ma anche per le DOC esistenti. Infatti, se tale libertà finisse per tradursi in tendenza all’omologazione delle produzioni italiane a quelle di altri Paesi nostri concorrenti, utilizzando sempre e comunque i pochi cosiddetti vitigni internazionali, si commetterebbe un errore imperdonabile che in breve tempo non potrebbe che tradursi in un grave danno economico. Si accederebbe, in sostanza, all’idea che la competitività internazionale possa ridursi al solo fattore dei costi di produzione, i quali per le caratteristiche del nostro Paese sono quasi sempre più elevati, anzichè a fattori anche inerenti le diversità tipologiche derivanti dalla specificità dei vitigni di cui l’Italia è così ricca e, proprio per questo, in grado di soddisfare una più ampia molteplicità di gusti presenti fra i consumatori.

Non è un caso che nell’ultimo decennio, il fattore determinante per la conquista di immagine e di apprezzamento dei nostri vini sui mercati mondiali è stato essenzialmente rappresentato dalle DOCG più fortemente caratterizzate dai vitigni tradizionalmente coltivati nelle rispettive zone di produzione.

Ciò non significa, a mio parere, che dobbiamo adottare una politica autarchica per quanto riguarda i vitigni. Penso sia indispensabile valorizzare al massimo quelli autoctoni in grado di consentire produzioni di elevata qualità e specifica caratterizzazione. Ma non dobbiamo chiuderci in casa quasi fossimo in un fortilizio assediato. Anzitutto perchè ciò non è vero.

Ma soprattutto perchè non dobbiamo rinunciare, essendo il nostro Paese fra i più vocati al mondo per produrre vini "naturali" di grande qualità a diversificare ancora le nostre produzioni e a migliorarle, ove necessario, anche coltivando nuovi vitigni e valorizzando la peculiare tipicità conferita ai vini che ne derivano, dai territori e dai microclimi delle zone di produzione.

Al nuovo ministro delle politiche agricole e forestali che si insedierà tra breve chiedo di dotare il Comitato di risorse economiche e professionali, oltre che di tecnologie informatiche tali da consentirgli di assolvere nei modi migliori possibili ai compiti che la legge gli ha affidato, nell’interesse complessivo della vitivinicoltura italiana di qualità, specie quella DOC, DOCG e a IGT. Di darsi precisi indirizzi programmatici di politica vitivinicola volti ad elevare la qualità di tutti i vini italiani, compresi quelli da tavola, favorendo così la necessaria diversificazione delle azioni e degli interventi da programmare e realizzare su base regionale in rapporto alle effettive necessità. Di creare con la necessaria tempestività tutte le condizioni per utilizzare a pieno gli interventi previsti dalla nuova Ocm vino e dalle azioni di Agenda 2000.

Di aggiornare, adeguare e semplificare la complessa e dispersiva normativa in vigore, al fine di dare più chiara e consapevole certezza del diritto agli operatori della filiera vitivinicola e di ridurre, per quanto possibile, quegli adempimenti burocratici fonte oggi di numerosi errori formali che vengono puniti da sanzioni eccessive e costi pesanti per le imprese.