Esportazioni vinicole italiane

i dati definitivi dell’anno 2000

Di Leonardo Montemiglio*

Le esportazioni vinicole rivestono

un ruolo di primaria importanza per

la nostra bilancia commerciale,

rappresentando una delle poche voci

attive del settore agroalimentare. Esse

devono essere considerate di basilare

importanza per il settore vinicolo poiché

assorbono circa il 30% della produzione

totale e quasi il 40% dei vini con

denominazione, cioè quelli di fascia

qualitativa più interessante. Nel 2000

sono stati esportati oltre 17,4 milioni

di ettolitri, per un valore di oltre 4.700

miliardi di lire, con un decremento

quantitativo del 6.9% in confronto

all’anno precedente, mentre per i valori

è stato registrato un incremento del 4%.

Si è quindi esportato meno, ma prodotti

di migliore qualità, come è confermato

dal prezzo medio che è passato da 2.428

a 2.712 lire al litro. Da ormai un

decennio prosegue ininterrotto e con

andamento costante il processo di

qualificazione delle esportazioni dei

nostri vini. Si registra, infatti, un

ulteriore incremento della quota dei

vini con gradazione alcolica inferiore

a 13 gradi, che dal 79,5% del 1991 è

passata all’82% nel 1996, avvicinandosi

all’87% nel Duemila. Per contro, non

sembra arrestarsi il trend negativo dei

vini tranquilli con gradazione alcolica

compresa tra i 13 e i 15 gradi e degli

spumanti. Un altro indice

dell’affermazione della qualità è

fornito dai vini tranquilli imbottigliati

all’origine, la cui quota, mentre nel

1991 era del 27%, è aumentata

gradualmente, seppur con oscillazioni,

fino a raggiungere nel Duemila quasi

il 40%. Da una visione dei dati statistici

delle nostre esportazioni vinicole si ha,

a prima vista, l’impressione che nel

1999 sia stato registrato un andamento

negativo per i vini imbottigliati e con

denominazione, ma un esame più

approfondito mostra chiaramente che il

calo percentuale dei vini più qualificati

è da attribuirsi esclusivamente allo

straordinario aumento registrato in

quell’anno dalle esportazioni di vini

sfusi e da tavola verso alcuni Paesi

produttori. Infatti, gli acquisti di Spagna

e Portogallo nel loro insieme, avevano

abbondantemente superato il milione

di ettolitri nel 1998 per arrivare a 1,7

milioni di ettolitri nel 1999, mentre

erano appena 67.000 nel 1997.

Le importazioni della Francia erano

passate dai circa 2,6 milioni di ettolitri

del 1997 e 1998 ai 4,2 milioni nel 1999.

Questo fenomeno era stato influenzato

anche dal consistente aumento delle

importazioni di vino da tavola sfuso

da parte della Germania, che era

aumentato di 800.000 ettolitri nel 1999

in confronto al biennio precedente.

Nel Duemila le importazioni di Spagna

e Portogallo sono ammontate a circa

721.000 ettolitri (- 58% in confronto

al 1999), quelle della Francia a 3,4

milioni di ettolitri (-19%) e quelle

della Germania a meno di sei milioni di

ettolitri (- 4%). Per avere una conferma

dell’affermazione sui mercati esteri dei

nostri vini più qualificati è sufficiente

esaminare separatamente l’andamento

dei vini sfusi e da tavola e quello dei

vini imbottigliati all’origine e con

denominazione nell’ultimo decennio.

Mentre i primi presentano un andamento con marcate oscillazioni da un anno all’altro, vediamo che i vini con denominazione ed imbottigliati all’origine hanno un andamento

lineare in graduale e costante ascesa.

Il crescente successo che stanno

riscuotendo all’estero i nostri vini,

ed in particolare quelli di qualità, è

da attribuirsi principalmente all’attività

che i nostri operatori portano avanti con

tenacia e costanza ormai da molti anni,

promuovendo sia il miglioramento della

qualità intrinseca del prodotto, sia la

razionalizzazione della propria struttura

ed organizzazione commerciale, nonché

l’affinamento delle tecniche di

marketing. Se si considerano le nostre

esportazioni vinicole in base alla loro

distribuzione geografica vediamo che

l’Unione Europea assorbe circa il 76%

del totale e tre soli Paesi (Francia,

Germania e Regno Unito) incidono per

oltre il 62%: una situazione non proprio

ottimale. Nel 1999 la quota riferita ai

Paesi dell’Unione Europea è stata di

poco superiore all’80%, mentre era del

74% nel 1998; ma questo aumento è

stato determinato, come già evidenziato

in precedenza, dalle eccezionali

importazioni di Francia, Germania,

Portogallo e Spagna le cui campagne

vendemmiali erano state scarse.

Il resto delle nostre esportazioni è

assorbito dagli altri Paesi dell’Europa

per il 7/8% e dalle Americhe per

l’11/13%, mentre di entità molto

limitata sono le partecipazioni di Africa

e Oceania. Una certa importanza la

stanno invece acquisendo quelle del

continente asiatico che nell’ultimo

decennio sono aumentate di sette volte,

essendo passate dai 56.000 ettolitri del

1991 ai 374.000 del Duemila. In questo

decennio le nostre esportazioni sono

aumentate di quasi il 42%, ma mentre

in Europa l’incremento è stato di circa

il 33%, gli aumenti percentuali più

consistenti sono stati registrati negli

altri continenti ed in particolare in

Centro e Sud America, Africa ed Asia.

Ma proprio in queste aree le nostre

esportazioni vinicole, in valori assoluti,

sono di entità piuttosto limitate per cui,

anche se gli aumenti in un decennio

sono stati superiori al 500%, nella realtà

i quantitativi sono passati da 93.000

a 663.000 ettolitri che rappresentano

appena il 3,3% del totale. I Paesi di

destinazione del nostro vino sono oltre

160, ma i primi quattro (Francia,

Germania, Regno Unito e Stati Uniti)

assorbono oltre il 71% del quantitativo

totale, e quelli che importano

quantitativi annui superiori a 100.000

ettolitri ma inferiori ai 500.000 sono

appena una quindicina. Nel Duemila

solo 19 Paesi, ovvero l’11,5% del totale,

hanno assorbito ben il 96% delle nostre

esportazioni; per contro quelli che

hanno importato fino a 10.000 ettolitri

sono stati ben 132 (l’81% del totale).

Ma il quantitativo di vino

complessivamente importato è stato

di appena 190.000 ettolitri ovvero poco

più dell’1% del totale. In passato la

situazione era ancora peggiore: infatti

nel 1991 i Paesi di destinazione delle

nostre esportazioni vinicole erano 147,

ma i primi tre detenevano da soli una

quota di quasi il 77% e quelli che

superavano i 100.000 ettolitri annui,

che erano 14, contavano per il 97,7%

del totale. Gli altri 143 si ripartivano

il restante 2,3% che in quantità

corrispondeva a circa 547.000 ettolitri

ovvero una media di 3.800 per Paese

di destinazione. Questa ridotta

diversificazione delle nostre

esportazioni evidenzia una debolezza

strutturale di fondo che può avere

notevoli ripercussioni su tutto il settore

qualora si verificasse un andamento

negativo delle nostre forniture anche

verso uno solo dei principali mercati.

In questa situazione non certo ideale

conforta il fatto che la quota

preponderante delle nostre esportazioni

verso alcuni dei vecchi e nuovi mercati

suscettibile di favorevoli sviluppi futuri

è costituita da prodotto imbottigliato

e da vini a Doc e a Docg, avvero dai

prodotti con maggiore qualificazione.

Anche se in questi ultimi anni si nota

una maggiore diversificazione dei

mercati di sbocco, i cambiamenti in

atto sono ancora insufficienti ed è perciò

necessario proseguire ed intensificare

gli sforzi su quei mercati dove la

presenza dei nostri vini è ancora

limitata, specie se confrontata con

quella dei nostri principali concorrenti.

A titolo di esempio si possono citare

il Belgio, la Danimarca e l’Olanda che

nel loro insieme importano annualmente

oltre 6 milioni di ettolitri, di cui meno

del 10% è di provenienza italiana,

mentre la Francia, che occupa la

prima posizione, ha quote del 40%

in Danimarca e del 60% in Belgio

ed in Olanda. Una situazione analoga

la troviamo anche nei Paesi Scandinavi

che sono diventati negli ultimi anni più

interessanti per il passaggio già in corso

delle importazioni di vino dal regime

di monopolio al libero commercio.

Le importazioni annue di Finlandia,

Norvegia e Svezia per altro molto

diversificate per Paesi di provenienza

oscillano tra 1,7 e 1,9 milioni di ettolitri;

ai primi posti troviamo la Spagna e la

Francia, mentre l’Italia è solo terza con

una quota di mercato del 10/11%.

Uscendo dall’Europa devono essere

seguiti con particolare attenzione gli

sviluppi che si stanno avendo in alcune

nazioni asiatiche, tra le quali il più

interessante per le nostre esportazioni

vinicole è attualmente e senza dubbio

il Giappone. Come era prevedibile,

dopo gli straordinari aumenti degli anni

precedenti, nel 1999 questo mercato

ha avuto un calo del 46% determinato

dall’accumulo di consistenti stock il cui

smaltimento è ancora in atto, sebbene in

fase di esaurimento, come dimostrano i

dati del Duemila che danno una crescita

del 12% circa sull’anno precedente.

Oltre al Giappone ci sono in quest’area

anche altri Paesi (Cina, Corea, Filippine,

Singapore e Thailandia) nei quali è

prevedibile un positivo e consistente

sviluppo futuro delle nostre

esportazioni, anche se è difficile

ipotizzare che ciò avvenga nel breve-

medio termine. Per ottenere consistenti

incrementi in questi Paesi è necessaria

una radicale e capillare opera dei

consumatori che ancora non conoscono

il prodotto vino, non facendo esso parte

della loro cultura. Sui mercati esteri

il nostro Paese si trova di fronte

a due basilari e crescenti esigenze

rappresentate dal mantenimento

e dal consolidamento delle attuali

posizioni e dall’ampliamento e

conquista di nuovi mercati. Da una

panoramica del mercato mondiale

del vino scaturiscono interessanti ed

inconfutabili possibilità di esportazione

per l’attenzione crescente che molti

Paesi mostrano per questo prodotto.

*Per gentile concessione de "L’Enologo"