In novembre a Desenzano per la Lugana
di Viviana Monari

Fino a 10 o 15 anni fa il Lugana era un vino quasi sconosciuto al di fuori dell’area di produzione, che comprende cinque comuni (Desenzano, Sirmione, Peschiera, Pozzolengo, Lonato) nella zona meridionale del Lago di Garda, famosa al turismo per le sue bellezze paesaggistiche.
Quando ci presentavamo per farlo conoscere, racconta un produttore, ci chiedevano “come ha detto che si chiama? Lugano, Lungarno” e magari si pensava alla Luganega, solo per assonanza. Oggi il Lugana, vino bianco a Doc dal l967, è ben conosciuto, soprattutto nel Nord Italia e Nord Europa, dove è prevalentemente commercializzato, ma le aziende più grosse lo esportano anche negli Stati Uniti e in Giappone. Le coltivazioni si estendono su un’area di circa 700 ettari, per una produzione complessiva di 6 milioni di bottiglie l’anno, senza giacenze. E di questi tempi non è poco! Tre sono le tipologie: Lugana Doc, Lugana Superiore con l’affinamento di almeno un anno e Lugana Spumante sia Metodo Classico che Charmat. Il terreno fortemente argilloso conferisce a questo vino un gusto sapido e la sua elevata acidità lo rende pure longevo. I problemi del Lugana non riguardano tanto la commercializzazione, quanto quelli della precisa identificazione del suo vitigno e la conseguente valorizzazione. Deriva infatti dal Trebbiano di Lugana ed è quel “Trebbiano” che genera confusione.
Perciò il Consorzio Tutela Lugana Doc, presieduto da Paolo Fabiani, ha organizzato a Desenzano uno specifico convegno nel corso del quale il prof. Attilio Scienza, ordinario di viticoltura all’Università di Milano, ha presentato uno studio con il quale ha dimostrato l’identità autonoma del vitigno Lugana, sottraendolo una volta per tutte ai paragoni con il Trebbiano di Soave o il Verdicchio.
“Da qui sta partendo la richiesta al ministero dell’agricoltura per il riconoscimento e l’attribuzione al vitigno Lugana del nome al quale ha diritto” ha spiegato Fabiani.
“Iniziativa forte per un vino tra i più apprezzati a livello internazionale, come dimostra la recente presenza ai magazzini Harrod’s di Londra” ha aggiunto l’assessore provinciale all’agricoltura Mariastella Gelmini.
Molto seguita la relazione del dott. Antonio Cardetta della Srl Autoctono il quale, parlando delle strategie di comunicazione, ha rivelato alcuni risultati sorprendenti e bizzarri insieme, di una ricerca condotta su mille intervistati: oltre il 90% dichiara che fra due bottiglie sceglie quella che riporta il termine “autoctono”. Alla domanda: è in grado di dare una definizione del termine “autoctono”, risponde sì solo il 32%. E’ stato poi chiesto di indicare, in un elenco di vini italiani, quelli derivanti da vitigno autoctono. Sui più conosciuti Barbera, Sangiovese, Verdicchio va tutto liscio; su Marzemino, Teroldego, Sagrantino appena il 24% risponde esattamente. Ma in quest’area - e qui viene il bello - era stato inserito il Tavernello, che riscuote un notevole successo come…vitigno autoctono. Evidentemente la sua pubblicità è tanto convincente da promuoverlo da semplice uvaggio ad autoctono! Dalla ricerca è emerso che sono molto gradite etichette e controetichette ampie e dettagliate che riportino storia e notizie su ciò che si sta bevendo.
Al termine si sono svolte le premiazioni con la consegna dei diplomi di “ottimo” alle aziende selezionate dalle due commissioni formate da tecnici e da giornalisti. Secondo il regolamento, nessuna azienda ha conquistato quest’anno la “Stella del Garda” in quanto bisogna raggiungere la selezione nelle due commissioni per tre anni consecutivi per ottenerla.