Tipico
e qualità in discussione a Faenza
Entusiasmi ridimensionati e interpretazioni diverse in
tema di prodotti tipici, consumi sostenibili e qualità nel convegno
conclusivo di Enologica
di Daniela Zanon
L’edizione
2004 di “Enologica e Salone del prodotto tipico della Romagna”,
che si è svolta a Faenza dal 20 al 22 novembre, si è conclusa
lasciando spazio ad un Convegno - “Il territorio di Romagna
e le sue tipicità alimentari. Educazione ad un consumo sostenibile”
- per affrontare un tema oggi particolarmente trattato e bistrattato:
produzioni tipiche alimentari del territorio, miglioramento qualitativo
dei prodotti e loro consumi. Il tutto affrontato secondo i diversi punti
di vista: istituzionale, della certificazione, grande distribuzione
e comunicazione, dei produttori e dei consumatori.
Partito con toni entusiastici per i traguardi raggiunti dalla nostra
regione (ben 26 prodotti agroalimentari emiliano-romagnoli hanno ottenuto
gli importanti riconoscimenti D.O.P. e I.G.P. dalla Comunità
Europea), il confronto si è poi ridimensionato per gli interventi
più critici di alcuni relatori.
Il responsabile del servizio valorizzazione delle produzioni della Regione
Emilia Romagna – Maurizio Ceci - è stato
il primo a mettersi in guardia. “La globalizzazione ci mette in
competizione su tutto, anche nell’agroalimentare. E’ quindi
necessario trovare nuove linee di difesa e di attacco. La nostra regione
ha individuato la propria strategia nella differenziazione e nell’organizzazione.
Differenziarsi significa qualificarsi per cose che altri non hanno e/o
non sanno fare quindi, ad esempio, per qualità e sicurezza alimentare.
Però non ci si può differenziare se non si è trasparenti
e chiari nei confronti del consumatore. Per raggiungere tale chiarezza
è necessario fare un passo in avanti, ossia regolamentare la
qualità dei prodotti, per renderli immediatamente riconoscibili,
almeno a livello europeo. E la Romagna, pur con grandi potenzialità,
ha pochi prodotti di qualità, soprattutto regolamentati e definiti.
Le difficoltà che in tal senso stanno incontrando il Formaggio
di Fossa, lo Squaquerone e la Piadina ne sono un chiaro esempio. E’
necessario accelerare i tempi e il P.d.L. della Regione Qualità
Regolamentata, attualmente da discutere in seno alla Conferenza
Stato-Regioni, sarà uno strumento fondamentale. L’azione
organizzativa della strategia di risposta regionale sta invece nel dotarsi
di strumenti, anche legislativi, per la valorizzazione del territorio
attraverso le sue tipicità alimentari, il tutto con un occhio
di riguardo alla tutela del consumatore e dell’ambiente. Da qui
la legge per il riconoscimento e la definizione degli itinerari turistico-
enogastronomici. Sono 13, nella nostra regione, gli itinerari attualmente
riconosciuti: un modo “regolamentato” per creare business
intorno al prodotto territoriale. Con il Progetto Costa si
sta invece tentando di recuperare, all’interno dei ristoranti
e degli alberghi della riviera, il consumo dei prodotti tipici e l’inserimento
dei vini emiliano romagnoli nelle loro liste. Sono oltre 20 milioni
i turisti che annualmente arrivano nelle nostre stazioni balneari e,
quindi, questo volano pubblicitario deve essere sfruttato al meglio!
La legge sull’educazione alimentare, con la quale si cerca di
proporre ai ragazzi modelli alimentari basati sul consumo nelle mense
dei prodotti tipici: piadina, pane con l’olio ecc. Ed infine la
nuova legge che offre incentivi alle aziende, e non più solo
ai consorzi, per la promozione delle loro produzioni tipiche. Qualità
dei prodotti e regole sono, quindi, le ricette regionali per la salvaguardia
delle tipicità agroalimentari.”
In questa direzione non poteva mancare l’intervento di chi ha
il compito del controllo e della certificazione di tale qualità
e dell’applicazione delle regole che, ad esempio, nel caso della
certificazione regolamentata di prodotto, quali sono le Dop e le Igp,
garantisce il rispetto di una serie di parametri: conformità
del prodotto al disciplinare, origine del prodotto, assenza di sostanze
pericolose per la salute, utilizzo di metodi di allevamento particolari
e altre garanzie per il consumatore. Il tutto seguendo un piano di controlli
da parte dei soggetti aderenti con la verifica finale da parte di un
ente terzo a ciò autorizzato. Anche a questo compito è
chiamato il Cermet - il Centro per la Certificazione e Ricerca per la
Qualità - la cui responsabile dello sviluppo strategico agroalimentare
- Clementina Clementi - ha fatto una disamina rispetto
alle diverse tipologie di certificazione a cui possono essere sottoposti
i prodotti del settore: dalla certificazione di sistemi di gestione
di qualità (ISO 9000), alla certificazione di sistemi di gestione
ambientale (ISO 14.000) e Emas, dalla certificazione volontaria di prodotto:
rintracciabilità di filiera, all’attività di controllo:
marchi collettivi, D.O.P. e I.G.P. Ancora una volta si ritorna al discorso
della regolamentazione quale strumento per la valorizzazione di un prodotto,
e ancor di più se si tratta di prodotti tipici, con caratteristiche
peculiari da salvaguardare.
Non proprio della stessa opinione è sembrato essere Sergio
Soavi - Category Manager vini, spumanti e prodotti tipici di
Coop Italia - per il quale tipicità e qualità dei prodotti,
peraltro termini che gli sembrano inflazionati, non possono essere riconducibili
alla sola regolamentazione o denominazione. Soavi ha introdotto il concetto
di valore umano, di tradizione, del saper fare e della cura che le persone,
prima di tutto, mettono nel preparare i prodotti tipici di qualità
che sono, secondo lui, un modo di appropriarsi della vita e del tempo.
L’esperienza dei presidi che i supermercati Coop promuovono insieme
a Slow Food va in questa direzione. E’ un modo per far conoscere
alla gente non solo prodotti peculiari di un territorio ma anche lo
stesso habitat che ha dato origine a quella tipicità. E per far
questo è necessario creare un certo contesto nel quale, a partire
dalla formazione del personale incaricato a vendere quel prodotto, sia
possibile ricondurre tutta una sommatoria di valori positivi e trasmetterli
con credibilità a chi acquista. Solo così ci si può
differenziare nell’offerta e, nel contempo, si può cercare
di educare al gusto e alla qualità. La Coop crede in questo tipo
di messaggio ed è convinta di poter dare un buon contributo alla
promozione e alla conoscenza dei diversi prodotti tipici e al loro consumo.
Tipicità alimentare ed educazione ad un certo tipo di consumo
è anche una questione di conoscenza e, quindi, di comunicazione?
Ne sono più che convinti quelli della Max Information
del Gruppo Armando Testa. Dal loro intervento è
emerso che per essere efficace la comunicazione dei prodotti alimentari
deve essere I.C.C.: Informare, far Comprendere e Convincere. Ossia il
consumatore deve essere in grado di capire quello che compera comprendendo
le caratteristiche di quel determinato prodotto. Se la comunicazione
pubblicitaria raggiunge il suo obiettivo, il consumatore sarà
disposto a premiare il prodotto in termini di aumento degli acquisti
e accettazione anche di un prezzo più alto. Pertanto è
indispensabile conoscere bene le richieste del consumatore per essere
in grado di informarlo e convincerlo nel giusto modo. E qui gli strumenti
del marketing, ancora una volta, vengono in aiuto, individuando “l’ottagono
delle S” a cui devono rispondere i prodotti: Sapore (gusti ricercati,
particolari), Salute (il gusto però è prioritario rispetto
alla salute), Supernaturalità (genuinità e naturalità),
Sensorialità (la scelta avviene con il coinvolgimento di tutti
i sensi), Storia (tradizione culinaria), Servizio (risparmio di tempo
in cucina), Strategia d’acquisto (rapporto qualità/prezzo)
e Sapere (cresce la richiesta di informazione sui prodotti). A detta
degli esperti, i prodotti tipici hanno il semaforo verde per tutte le
“S” di richiesta dei consumatori, e questo si può
trasformare in un grande potenziale per la promozione delle vendite
di simili prodotti. Ne sono un ottimo esempio i 30 milioni di euro all’anno,
ossia il 75% degli investimenti a carico di soli tre attori del settore
agroalimentare: Grana Padano, Parmigiano Reggiano e Prosciutto di Parma.
Dopo la lezione di marketing, l’assessore regionale all’agricoltura
Guido Tampieri ha riportato il discorso alla qualità
territoriale della nostra regione che, a suo dire, “Ha buone potenzialità
ma non eccelse! Non avendo straordinarie potenzialità bisogna
costruire con pazienza quello che altri hanno innato! In tal senso l’Emilia,
diversamente dalla Romagna, ha più storia e tradizione alle spalle
in quanto sedimenta le sue tipicità e identità nella zootecnia
che è ben più ricca e composita rispetto a quella romagnola
del vegetale”. Quindi la mancanza di storia spesso impedisce l’identificazione
di un territorio con il proprio prodotto e l’inclusione nel prodotto
del suo territorio. Questo per quanto riguarda la tipicità che,
comunque, secondo Tampieri, non è sinonimo di qualità.
Quest’ultima poi, è tema di declinazione problematica,
volatile, non ferma, e troppo spesso viene trasferita nel prezzo, ancora
prima che nel prodotto. L’assessore ha concluso affermando che
oggi la fortuna del prodotto tipico nasce dal fatto che non si mangia
più solo per cibarsi ma per gratificarsi, per soddisfare un piacere,
ed è proprio su questo che si gioca la tipicità: cibo
come desiderio, naturalità, identità. E’ quindi
il lato della domanda che è cambiato rispetto al cibo e non viceversa.
Ora serve porsi un’altra domanda: come si preservano le condizioni
per proteggere i prodotti tipici? Su questo interrogativo ci rimettiamo
ad un prossimo incontro.