Freud
e il
marketing del vino
di Fabio Piccoli - Giugno
2003
Se
il vino è di moda lo è ancora di più il marketing
del vino. Lo si è ben capito all’ultima edizione di Vinitaly
dove il tema marketing del vino è stato al centro di incontri,
convegni e conferenze stampa.
Non solo, VeronaFiere ha distribuito un libercolo (non perché è
fatto male ma perché è piccolo) dal titolo “Wine Marketing”,
un estratto dal libro “Il marketing del vino in Europa: consumi,
canali, distributori e importatori” curato da Nomisma ed edito da
Agra.
Se poi aggiungiamo che è stato presentato anche l’ottimo
libro dell’economista Riccardo Pastore dal titolo “Il Marketing
del Vino e del territorio: istruzioni per l’uso”, si riesce
a comprendere bene l’introduzione di questo articolo. Siamo usciti
da questa immersione nel marketing del vino con pochissime certezze e
moltissimi dubbi.
Il primo fra tutti è sul significato di marketing.
Il mitico vocabolario Devoto-Oli, definisce il marketing come il complesso
delle tecniche intese a porre merci e servizi a disposizione del consumatore
e dell’utente nel tempo, nel luogo e nel modo più adatto.
Se questa definizione è vera, raramente ci è capitato di
sentir parlare di marketing del vino in questo senso. Marketing viene
spesso inglobato nel calderone mercato e quasi sempre, quando si va ai
convegni sul marketing, alla fine si esce solo con una sfilza di numeri
relativi al mercato. Il marketing dovrebbe invece interpretare questi
numeri, tradurre i mercati per dare poi le formule ideali per affrontarli.
A volte, addirittura, marketing diventa pubblicità per poi trasformarsi
come un camaleonte in comunicazione. Da ciò si capisce come marketing
è una di quelle parole che forse ingloba talmente tanti significati
che gli stessi uomini del marketing fanno fatica a capire esattamente
che lavoro fanno.
Eppure, ma questa è allo stato attuale soltanto una nostra sensazione,
il marketing dovrebbe essere una cosa importante e utile.
Per esempio: se i bravi ricercatori di Nomisma ci raccontano che nel 2002
il 60% del vino del mondo è stato prodotto nell’Unione Europea,
ragionando in termini di marketing ci piacerebbe sapere quali sono le
vie per mantenere questa leadership anche nel futuro per contrapporci
alla crescita, lenta ma inesorabile, dei cosid-detti Paesi del nuovo mondo.
E se sempre i ricercatori di Nomisma sottolineano che il vino è
diventato negli ultimi anni un fenomeno di costume a livello mondiale,
sarebbe anche interessante capire quali dovranno essere allora le nuove
tecniche per promuovere e valorizzare i vini ai consumatori attuali e
del futuro.
Freud diceva ai suoi numerosi pazienti che la psicanalisi non serve a
dare le risposte ma è utile per porsi le domande giuste. Forse
è così anche per il marketing. Noi, però, pur rispettando
le grandi intuizioni freudiane, non ci accontentiamo e al marketing chiediamo
decisamente di più. E in questo senso, sempre citando esempi emersi
dal lavoro di Nomisma presentato a Verona, ci piacerebbe capire qualcosa
di più riguardo al trend del mercato mondiale dei vini.
I nostri bravi ricercatori, infatti, ci dicono che il vino rosso fermo
sarà il prodotto chiave per l’espansione futura del mercato,
ancora per quel famoso paradosso francese che ha fatto emergere le qualità
salutistiche del nettare di Bacco.
Però ci dicono che sostanzialmente il vino rosso fermo, e aggiungiamo
noi di qualità (anche se loro non lo hanno scritto), si posizionerà
sempre di più verso un livello premium-price. Questo, però,
riguarda solo i vini del Vecchio Continente perché quelli del Nuovo
Mondo (Cile, Argentina, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda e Usa, tanto
per intenderci) guideranno i volumi delle vendite grazie ad un rapporto
sempre migliore tra qualità e prezzo. Infine, riguardo ai consumi,
gli amici di Nomisma spiegano che vi sarà sempre una maggiore espansione
dei consumi di vino sui mercati a scarsa tradizione di consumo e di produzione.
O perbacco,
esclami a questo punto. 
Ma se gli uomini del marketing mi disegnano questo quadro e non mi danno
le strategie, allora lo dobbiamo fare noi che a fatica sappiamo far di
conto!
I vecchi vitivinicoltori europei produrranno sempre più vini buoni
che però faranno sempre più fatica a vendere (la crisi dell’enologia
francese di questi ultimi anni docet), mentre i nostri competitors dell’altro
mondo (e basta chiamarlo nuovo, non lo era nemmeno nel 1492!) faranno
sempre più vino a buon mercato da vendere ai cosiddetti nuovi consumatori.
Capite, allora, che ai nostri produttori Freud non serve, ma non serve
loro neanche un marketing che pone solo domande superficiali e non abbozza
nemmeno una risposta.
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