Le identità immutate della Sicilia
Tra prodotti tipici da tutelare e abitudini sociali da riformare:
le aspettative della Sicilia sono in un sogno sempre più impellente e necessario

di Andrea dal Cero

 

 

La Sicilia si vive in aeroplano; tra e aspettative nel viaggio di andata ed il riordino delle emozioni in quello di ritorno. Arriva in fretta dall’oblò: appena la vedi atterri. E se ne va ancora più velocemente: sali un attimo e sei già sul mare di ogni viaggio, sempre identico quando lo guardi dall’alto. La Sicilia la capisco meglio da lontano perché quando sono lì mi aggredisce con la prepotenza delle sue diversità, della sua essenza, dei suoi odori, sapori, colori, sguardi, sorrisi.
Mi sfinisce l’emozione di vivere l’attimo del “grande cambiamento” che ogni volta che arrivo mi promette: ormai sono vaccinato dalla frequentazione e reagisco assumendo il basso profilo di chi ha perso, se non proprio la fede, certamente la verginità intellettuale.
L’ho detto all’inizio di novembre anche sul palcoscenico del teatro Ciullo d’Alcamo al microfono che il sindaco della cittadina trapanese Giacomo Scala mi porgeva mentre conferiva ad una pattuglia di giornalisti dell’agroalimentare una targa a ricordo della sua partecipazione alla seconda edizione di “Identità immutate”.
Con questa definizione e con questo logo un progetto ben definito, che difende le piccole aree italiane dotate di forti identità storiche e culturali, intende tutelare le produzioni alimentari di qualità rimaste immutate nel tempo. Alcamo, conosciuta soprattutto per la denominazione d’origine del suo vino, ambisce ora alla richiesta di un riconoscimento per il suo melone d’inverno seguendo il lungo percorso che dovrebbe portarlo alla indicazione geografica protetta (Igp).
In Italia per la coltivazione del melone vengono sfruttati più o meno 21 mila ettari: più del 60% di questi produce il frutto a pasta gialla che siamo abituati a mangiare durante l’estate. La percentuale rimanente, concentrata nel meridione, è invece dedicata al melone dall’interno bianco che si mangia fino a Natale. In Sicilia la coltivazione di questa cucurbitacea è storia antica: già nel Seicento nei comuni del Trapanese se ne trovava a volontà. Non a caso l’isola produce da sola il doppio di tutte le altre regioni meridionali messe assieme.
Il melone d’inverno siciliano ha due vestiti diversi: se si mette quello giallo, luminoso e liscio si presenta con il nome di Cartucciaro; quando invece indossa quello verde, rugoso e opaco si chiama Purceddu ed è tipico di Alcamo. Indipendentemente dal colore dell’endocarpo (così dovete chiamarne la buccia se volete sostenere una conversazione in proposito) il melone d’inverno ha straordinarie capacità di conservazione, di adattabilità all’ambiente e, soprattutto, è squisito. Fresco, succoso, saporito, dissetante, gioca su più tavoli dall’antipasto al dessert e si combina in infiniti abbinamenti.
L’altro motivo per cui sono scappato in Sicilia era quello di incontrare i sindaci dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino che negli stessi giorni hanno tenuto a Marsala
la loro assemblea nazionale. Oltre che le più vitate d’Italia, le provincie di Trapani e Palermo sono anche quelle che probabilmente manifestano le più evidenti contraddizioni sociali nella loro storia recente e probabilmente anche attuale. La presenza delle Città del Vino in queste terre, in cui non sempre la legalità viene avvertita come prassi, ha voluto soprattutto condividere con le locali amministrazioni la comune volontà di riscatto sociale. San Cipirello, San Giuseppe Jato, Corleone: nomi e storie collegati alle lupare palermitane. I sindaci della zona sono arrivati addirittura a gestire coralmente i terreni confiscati ai mafiosi, nei vigneti dei quali producono ora il vino Libera Terra in accordo con le associazioni di categoria. Come sintesi del loro impegno questi coraggiosi e intraprendenti amministratori hanno voluto regalare ai loro colleghi arrivati da tutta Italia un cappello: la “coppola storta” emblema di una storia sbagliata che intendono cancellare.
Proprio percorrendo questa “Strada del Vino di Alcamo Doc” che procedendo verso occidente tiene il tempio di Segesta sulla sinistra e il Monte Erice sulla destra, le Città del Vino sono venute anche a ribadire la loro voglia di tornare a fare politica per ripensare ad una strategia collettiva per l’intero settore e ad auspicare un ritorno della “politica seria” sul palcoscenico ufficiale del comparto vinicolo italiano.