In Sicilia per vino, salute e mercato
Verso Marsala con la testa tra le nuvole
di Andrea Dal Cero - Giugno 2003
Non
esiste un altro posto che ti scappi via così in fretta. Sali
sull’aereo, rulli un attimo, ti alzi da terra e quando guardi
fuori sei già sul mare: la Sicilia è già scomparsa
e te ne rimangono soltanto i ricordi.
Ricordi discordanti di visi con espressioni assorte, di odori africani,
di colori generosi, di inquadrature insolite. Pensieri di un’isola
che ti presenta sempre, ma solo una per volta, le sue diverse facce
e ti nasconde, velandole, le sue molte identità.
A volte mi illudo di comprenderla, questa terra che, offrendosi, mi
si nega con eleganza. Altre volte covo per essa un sordo risentimento
arrendendomi alle evidenze delle diversità.
Ricordi discordanti e pensieri complicati, come dicevo prima, li provo
anche in questo momento mentre per una volta in più vado a sentir
di vino in quel di Marsala e dintorni.
L’argomento appare ormai scontato: vino e salute. Che il buon
vino faccia bene è stato detto sempre e ormai da qualche anno
lo si sa con certezza. Ma dove trovare parole nuove e più incisive
per rendere più stimolanti le nostre argomentazioni ormai ripetitive?
E’ strano che mi vengano questi pensieri mentre, sfogliando il
giornale offertomi dall’Alitalia, leggo che proprio oggi all’Arena
del Sole di Bologna, Umberto Eco sta aprendo un convegno sull’avventura
del Gruppo 63.
E’ strano perché sto per arrivare a Palermo, dove quarant’anni
fa il gruppo si strutturò, ed è ancor più strano
perché mi stavo leggendo prima gli articoli di Piero e Fabio
che, tenendosi alla larga dal solito manierismo ossequioso che vuol
esser grato a tutti per essere utile a nessuno, esprimono concetti chiari
usando parole incisive.
A chi si trovasse a non ricordare troppo bene la vicenda dei 63, posso
dire che tra loro c’erano giovanotti come Eco, Sanguineti, Porta
e Barilli. Furono protagonisti di una svolta radicale e intransigente
che contrappose al neorealismo di Cassola e all’impegno di Moravia
la sperimentazione linguistica di una letteratura che aveva in sé
stessa i propri codici e le proprie ragioni.
Quei ragazzi avevano una capacità di rinnovamento che oggi, nel
presente a pensiero unico, ci è pressoché impossibile
immaginare. Si battagliava per una frase, per un libro, in quegli anni,
e “chi non c’era non capirà mai fino in fondo”
disse il professor Anceschi qualche anno dopo, da dietro la sua cattedra
di estetica.
Forse ho divagato, forse no. Penso che sia importante per chi fa il
nostro lavoro fermarsi ogni tanto a riflettere sulla qualità
della scrittura e sulle possibilità che essa offre, se usata
coerentemente, di esprimere concetti funzionali a chi legge.
Ci si lamenta di vini mediocri usando, spesso, una scrittura ancor più
devastante. Si criticano i “piatti pesanti” con costruzioni
del discorso che hanno il peso specifico della ghisa ....
Di colpo devo allacciarmi le cinture e la Sicilia è già
qui. All’improvviso come al solito e talmente reale che quasi
ne preferivo il ricordo.
Andiamo a sentir di vino, a conoscere persone, ad ascoltare teorie per
raccontarle agli altri.