Un anno vissuto pericolosamente
di Umberto Faedi

Abbiamo visto cali di affezione e di immagine, appelli per la difesa del consumo e segnali di pericolo. E’ successo davvero di tutto in quest’anno che ha visto rimescolarsi le carte del gioco del vino.
Tanti sono i segnali che ci inducono a pensare che sia finito il tempo delle cicale. Ma non siamo neppure d’accordo con tutti quei gufi che hanno già celebrato il funerale del vino. Prima dell’estate siamo arrivati veramente al redde rationem ed i consumi, fatto ricorrente in coincidenza del caldo, sono veramente arrivati ad un minimo storico epocale.
Il presidente della Confcommercio Sandro Billè sollecita oramai da mesi l’esecutivo a svolgere azioni mirate ad aumentare il potere d’acquisto dei salari per far rifiatare il consumo interno giunto ad una stasi preoccupante e a combattere gli speculatori. Solo pochi giorni prima delle vacanze (per chi è riuscito a farle) il governo ha varato l’accordo con la grande distribuzione per mantenere fermi i prezzi fino a gennaio, ma di controlli non se ne parla, ovvero se ne parla e basta. Rimangono a difendere i cittadini ed i consumatori le istituzioni locali e regionali che hanno intrapreso una campagna antispeculazione fin dall’anno scorso.
Il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ribadito che il settore vino è un tassello centrale del made in Italy e i produttori si devono impegnare a cercare le strategie più appropriate per difendere le quote di mercato dalla concorrenza. Sono cinquant’anni che Italia e Francia si palleggiano il primato di primo paese produttore mondiale, ma negli ultimi lustri sono balzati in primo piano nazioni del Sud America che hanno però mostrato alla lunga pecche economiche e strutturali. La Spagna. ha compiuto in venti anni passi da gigante arrivando ad essere il terzo produttore vinicolo, ma con una tendenza che potrebbe portarla a sorpassare i primi della classe.
Il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha più volte chiesto al consiglio dei ministri la diminuzione delle tassazioni per le imprese. Risposte? Il comparto vino annovera trentamila imprese in regola con il registro di imbottigliamento; le aziende produttrici di uva sono attualmente 810.000 e il giro d’affari assomma nel 2003 a nove miliardi di euro. Negli ultimi venti anni la superficie vitata nazionale è passata da 1.230.000 ettari a 792.000 grazie a politiche dissennate di espianto a volte incoraggiate dalla stessa Unione Europea. Una recentissima decisione della UE ha portato un parziale risarcimento, assegnando quote di reimpianto ad ogni regione ed anche contributi straordinari per i nostri vignaioli per un totale di 103 milioni di euro. Ma non è questo il punto. Se si è passati ad un consumo medio pro capite di 47/48 litri di vino all’anno rispetto ai quasi 100 del 1975 ci sono purtroppo ben altre ragioni. In Italia abbiamo 305 vini Doc, 29 Docg, 117 Igt e 3415 sottodenominazioni. Troppe! Molti produttori hanno per anni aggirato il disciplinare della Doc producendo vini non sempre di buona qualità vendendoli a prezzi sostenuti. A parte il caso del Sassicaia, che comunque quest’anno ha visto per la prima volta bottiglie invendute.
Parlando con Andrea (il direttore) e con altri siamo giunti alla conclusione che non esistono in natura produzioni che, con tutta la cura e gli investimenti possibili, possano costare più di 50 euro. E la griffe, si dirà, e l’immateriale, non lo vogliamo pagare? Sarebbe ora di finirla: che i Francesi si bevano il loro Chateau d’Yquem e il Mouton Rotschild e ci lascino in pace! Anche in Italia molti dovrebbero lasciarci stare! Non si vuole fare populismo enoico o demagogia bacchica, né si vuole spingere il consumatore ad una tendenza rivolta a prodotti di basso prezzo o ad una cirrosi probabile. Tutti devono poter bere bottiglie di buona qualità che costino il giusto. E in giro ce ne sono, basta avere la pazienza di andarsele a cercare visitando le aziende o frequentando negozi ed enoteche i cui gestori dedicano tempo a selezionare prodotti interessanti che costano il giusto. Gli Italiani hanno le tasche quasi vuote: molti hanno fatto debiti con le banche per andare in vacanza (sic!); il gasolio non era mai arrivato a questi prezzi e tutti sappiamo quanto incida il costo del trasporto delle merci nell’economia del nostro paese. Natale è molto vicino: in Iraq e in tante altre parti meno strombazzate del mondo proseguono le guerre.
Il presidente dell’Assoenologi Mario Consorte fa rilevare come l’eterogeneità del mercato evidenzi la crisi di una parte delle aziende e il buon momento di altre. I dati più recenti indicano una ripartenza nei consumi per i prodotti di buona qualità con costi alla vendita medio/bassi, mentre sono ancora ferme e continuano a perdere clienti quelle aziende che propongono prodotti non parametrati ad un buon rapporto qualità/prezzo. Salgono nei consumi i vini da tavola, e ciò significa appunto che la gente non vuole rinunciare a bere. Anche il segmento del vino sfuso sta arrivando alla fine della storia: è oramai diventata l’isola nella quale si rifugiano anziani e pensionati. Per quel che concerne i consumi delle famiglie gli acquisti di vino sono calati nel 2001 del 7,2%, del 4,5% nel 2002 e del 2% nel 2003. Nel primo semestre del 2004 la contrazione è stata vicina all’uno per cento e ci sono segnali che portano a pensare che la tendenza possa ribaltarsi nel secondo semestre tenendo conto dell’aumento di acquisti previsto per il periodo natalizio. I vini rossi a Doc hanno già cominciato ad abbassare i prezzi ed anche i responsabili della GD e della GDO sono ottimisti sulla evoluzione dei consumi. I più lungimiranti del settore hanno giù inserito o potenziato l’enoteca interna e la gamma di etichette fra le quali è possibili scegliere. Per quanto concerne i negozi tradizionali e le enoteche, la salvezza sta appunto nella specializzazione tematica. Ci sarà sempre la clientela che non si recherà mai in un supermercato per comprare spumanti, champagnes o supertuscans, così come ci sarà sempre chi compra le Ferrari.
Maggiore attenzione va poi rivolta agli enoturisti. Le persone disposte a spostarsi per visitare territori ed aziende sono un patrimonio da custodire e coccolare. Ultimamente non è difficile sentire di cantine anche piccole che stanno approntando o hanno appena ultimato la sala per le degustazioni. E non bisogna dimenticare gli associati ad organizzazioni che si occupano di vino e gastronomia: fanno parte di una avanguardia attenta ed interessata che gode presso amici e conoscenti di grande considerazione. Sono una sorta di opinion leaders in grado però di fare tendenza di consumo.