
Immagini,
segnali e graffiti di vino di
Andrea Dal Cero |
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Una copertina
di immagini legate al vino incontrate per la strada, come capita a tutti,
viaggiando, spostandosi, vivendo. Una copertina di immagini, però sicuramente
non di immagine. Perchè al di là e al di sopra delle teorie
di comunicazione continua ad esistere il mondo reale della gente che è
assai diverso da quello che noi teorizziamo e che raramente riusciamo ad interpretare.
E’ il mondo ruspante del vino del contadino e di tutti quelli che si
portano la damigiana o la tanica nel bagagliaio dell’auto per andarlo
a comprare. E’ la galassia variegata delle genuinità rivendicate
(come nel cartello di ambientazione postmoderna con le N rovesciate) o delle
innocenti furberie (Crisafulli & Filogamo). E’ l’arcipelago
dei graffiti metropolitanisti (si vende vino) scritto con la pennellessa in
bianco su un cancello di ferro nero, e delle rivendicazioni delle proprietà
(miele e vino padronali) in un paesotto in provincia di Catania e (vino padronale)
in un posto da Far West, usando il fondo di un fusto di gasolio. E’
l’espressione delle realtà produttive minori disperse sul territorio
che si stanno organizzando come nel caso di (vendesi vino, sotto il cartello
di stop) con tanto di numero di telefono cellulare o del grazioso cartello
con tanto di logo (qui vino genuino) vicino ad una bella casa di campagna
con tanto di modernissimi campanelli e citofono.
Dal momento che abbiamo capito che l’interpretazione dei segnali di
vino è troppo complicata e, in ultima analisi, al di fuori del mercato
che più ci interessa e al quale ci dedichiamo abitualmente, guardiamo
insieme le due immagini che compaiono di seguito. Tra l’una e l’altra
passano quasi trent’anni di strategia della comunicazione del vino e
tutte e due vorrebbero esprimere lo stesso concetto: il territorio,
le persone e soprattutto il prodotto. Fermiamoci
un pochino ad analizzarle per capire le differenze tra le due foto, i valori
che sottintendono ed il messaggio che vogliono darci attraverso la loro efficacia.


Il personaggio. Nella prima foto, che molti di voi avranno
già vista in questi giorni, il testimonial del messaggio è una
nota produttrice, che colgo l’occasione per salutare, che viene tenuta
sullo sfondo (in un piano fotografico diverso dal punto focale) e che basta
da sola, con la sua presenza
intuita ma evidente, per conferire spessore al concetto. Nella foto di destra
l’uomo, più che testimonial, è elemento dell’immagine:
vi è compreso ma non è determinante. E’ maschio perchè
trent’anni fa la rappresentazione di una donna assieme ad una bottiglia
di vino sarebbe stata sconveniente: le donne, ben identificate in un taglio
fortemente elitario, andavano bene a quei tempi soltanto per alcuni liquori.
E’ un simbolo neorealista che avrebbe potuto essere anche sostituito
da un camino acceso o da un attrezzo agricolo invecchiato dall’uso.
La mano. Entrambe le mani appartengono a persone non più
giovani e tutte e due sono abbondantemente state usate nella vita. La differenza
però è abissale. La mano di sinistra è funzionale, moderna,
volutamente non curata. Si porta dietro complementi importanti come l’anello
(grande ma non invasivo) e l’orologio (grande, in metallo, anch’esso
adeguato al concetto di funzionalità). E’ una mano che regge
agilmente l’oggetto della sua azione. L’altra mano è decisamente
usurata nella sua raffigurazione duramente verista: un vero disastro, potremmo
affermare. E’ una mano che non ha mai deciso nulla, che ha sempre fatto
quello che altri le hanno detto di fare. Compare appena nell’immagine
(comunque penso che nessuno si immagini un Rolex fuori campo) e regge, quasi
anchilosata, un oggetto qualsiasi che anche in questo caso, potrebbe essere
sostituito da un bicchiere, un pezzo di pane o da un qualsiasi altro oggetto
di quella che adesso si chiama arte povera. La differenza fondamentale tra
le due mani è che una sa quel che fa, mentre l’altra agisce genericamente.
L’ambientazione. Nella prima foto non esiste: è
stata reputata ininfluente perchè il contesto è chiarissimo
a motivo del personaggio. Nella seconda c’è stato bisogno di
dare informazioni attraverso i materiali che vi compaiono. Maglione e berretto
di lana che il nostro simpatico personaggio non si è mai tolti di dosso
da quando è tornato dalla campagna di Russia, tavolo e portone di legno
e muri grezzi che secondo le intenzioni del fotografo hanno reso inutile l’impiego
della grolla e della polenta. Morale: siamo in montagna, fa freddo, teniamoci
su.
Il soggetto dell’immagine. In questo caso dovrebbe
essere il vino, perchè tutto il messaggio vuole condurre chi guarda
proprio a pensare vino. Nella prima foto il vino non compare neppure perchè
anche in questo caso non ce n’è bisogno: con un grappolo di quel
genere, unito ad un perfetto pampino da erbario, ce n’è più
che a sufficienza per recepire la qualità e l’importanza del
prodotto. Il grappolo è il soggetto dell’immagine, è il
punto focale delle foto: esce dallo sfondo con decisione. Nella foto di destra
la bottiglia di vino, anche se giustamente in primo piano, non è centrale
ed è posta in definitiva sul piano ottico di tutti gli altri elementi
che occorrono per definire il prodotto, comprese le indicazioni in etichetta:
potremmo definirla contestuale e non determinante.
Siamo adesso in grado di arrivare alla logiche conclusioni di quanto abbiamo
visto e considerato.
A quali zone viticole si riferiscono le due immagini?
Troppo facile nel caso della prima foto. Per arrivare alla conclusione che
siamo in Valle d’Aosta c’è bisogno di leggere (tutt’altro
che agevolmente) anche l’ultima riga dell’etichetta. Messaggio
chiaro per la prima, molto confuso per la seconda.
Come sono, interpretando le immagini, le persone del vino delle due
zone viticole?
Esprimono la serena e attuale determinazione che viene dalla coscienza di
sé e del proprio lavoro le une, recano il messaggio del duro lavoro
nei campi e della tradizione le seconde. E ora, in conclusione: quale
dei due prodotti scegliereste?