Sicilia. Le
nuove
frontiere del marketing territoriale e della promozione vitivinicola:
valori e strumenti
Intervista di Dal Cero a Riccardo
Pastore
Sicilia: una qualità
raggiunta?
Quando parliamo di qualità della viticoltura siciliana dobbiamo
prima di tutto parlare di qualità della organizzazione delle
aziende siciliane, siano esse aziende private (alcune delle quali sono
già a ottimi livelli, ma sono poche) che cantine sociali, alcune
delle quali (poche) sono a buoni livelli, e altre che sono invece in
condizioni di difficoltà.
La qualità di cui penso sia opportuno occuparsi non è
solo quella produttiva (che rimane comunque fondamentale), ma quella
dell’organizzazione produttiva, distributiva, commerciale e in
definitiva imprenditoriale. A questo proposito gli investimenti immateriali
che riguardano formazione, servizi, pianificazione e comunicazione devono
ancora essere presi in seria considerazione.
Quale pensa che sia la filosofia degli investitori che in questi
anni stanno arrivando numerosi e qualificati in Sicilia?
Hanno capito che la viticoltura siciliana offre molto in termini di
potenzialità territoriali in senso lato e vogliono importare
il loro livello, spesso molto elevato, di competenze manageriali e organizzative.
Cambierà la musica o soltanto il maestro d’orchestra?
Su questo fenomeno la viticoltura siciliana deve fare una approfondita
riflessione tenendo conto che una parte importante di questo processo
la possono e la devono fare anche gli operatori di qui, non limitandosi
ad acquisire capitali dal Nord, ma sviluppando autonome strategie di
sviluppo. Questo può passare attraverso politiche di sostegno
da parte dell’amministrazione pubblica, ed una forte introiezione
di capacità manageriali. Se i viticoltori siciliani non matureranno
una forte personalità imprenditoriale gli investitori del Nord
beneficeranno in maniera pressoché totale dei vantaggi della
viticoltura siciliana.
E si arriverà ad un’immagine con basi più
solide.....
Quella che non è ancora cambiata, e che richiede investimenti
significativi, è l’immagine della impresa vitivinicola
siciliana. Conosco cantine sociali che hanno investito milioni di euro
in macchinari ed in tecnologia che non sanno utilizzare adeguatamente
e non investono migliaia di euro per fare una ricerca di mercato o intraprendere
un’attività promozionale che stia in piedi: il rapporto
è uno a mille tra gli investimenti. Alcuni sbagliati (i più
grossi), altri (immateriali ma importantissimi) nemmeno presi in considerazione.
Il vino siciliano è sugli scudi. La componente maggiore
di questo successo?
Senza dubbio lo sforzo di migliorare il prodotto il sé. Ma se
questa immagine così positiva se non sarà supportata nei
prossimi anni da miglioramenti correlativi e contestuali nella logistica,
nella distribuzione e nella comunicazione (in definitiva nella pianificazione
dello sviluppo aziendale), potrà appannarsi. Ecco perchè
insisto nel sottolineare l’importanza di interventi molto meno
rilevanti dal punto di vista quantitativo ma, da quello immateriale
e culturale, importantissimi nelle fasi a valle.
Ritiene che le imprese siciliane assimileranno facilmente questi
concetti?
Se non svilupperanno un’adeguata maturità d’impresa
andranno in contro al pericolo reale che fra qualche anno si parli meno
dell’immagine del vino siciliano e si cominci invece a criticare
la qualità manageriale e organizzativa delle imprese.
Le aziende siciliane stanno per diventare imprese?
Alcune sono già imprese (e che fior di imprese), altre sono molto
al di là della concezione seria e avanzata di impresa: sono semplicemente
organizzazioni che producono ancora vini in quantità rilevante
e di qualità modesta. Se nell’arco di dei pochissimi anni
che mancano ancora alla fine delle forti sovvenzioni al mondo agricolo
non faranno grandi investimenti immateriali, potrebbero uscire pesantemente
dal mercato.
Uno scenario inquietante.....
Sì, perché questo non significherebbe perdere il cinque
per cento della produzione siciliana, ma vederne compromessa almeno
la metà.