A merenda dal Tucano
di Piero Valdiserra

Aveva da poco compiuto i settant’anni, essendo nato nel 1934 sotto il segno dell’Acquario (quando si dice gli ossimori del destino…). Da poco era diventato protagonista di un volume biografico a cura del farfalluto Paolo Massobrio (il libro in realtà è una miscellanea dei suoi numerosi scritti, ed è un bene che sia così, vista la brillantezza della sua penna mercuriale).
Nonostante ciò, Riccardo Riccardi Conte di Santa Maria di Mongrando ci ha salutato per l’ultima volta, e ci ha lasciato il sottile, agrodolce imbarazzo di ricordarlo comme il faut.
Da dove cominciare?
Nostra tentazione sarebbe quella di non cominciare nemmeno. Troppi infatti sono i ricordi, i motti, gli aneddoti, le immagini, le battute fulminanti che ci ingolfano la mente al sol pensare alla figura allungata e allo sguardo perennemente ironico del Conte, soprannominato fin dall’adolescenza “Tucano” in virtù di un naso inequivocabilmente prominente. Saremmo palesemente impari all’impresa, e quindi niente medaglioni celebrativi. Ci stuzzica di più l’idea di ricordare l’ultimo incontro avuto con lui, a casa sua, nella primavera dello scorso anno.
Con Arrigo Cuttin e con Marcello Morace ci eravamo recati in Piemonte per una visita aziendale, e dopo pranzo, trovandoci nelle vicinanze di Torino, abbiamo pensato di allungarci a Corso Casale per un breve saluto al Conte.
Riccardi era già vittima di quella “malattia sanculotta” che non l’avrebbe più abbandonato e pur tuttavia sapevamo che la nostra visita, ancorché breve, gli avrebbe fatto molto piacere.
Dopo un attimo di attesa nel salotto dei tucani, in cui le immagini del volatile genius loci occhieggiavano da tutte le parti, grandi o piccole, a due o a tre dimensioni, raffinate o grottesche, ecco comparire lui, il Tucano vero.
Era in carrozzella, molto indebolito, e grande era la sua fatica nel parlare. Ciò nondimeno, e la cosa non ci sorprese, fu lui a farci gli onori di casa, a metterci a nostro agio, a prendersi cura di noi. Come sempre cominciò a parlare dei vini del suo amatissimo Piemonte, e la conversazione lo portò, chissà come, a tratteggiare per sommi capi la storia dell’Arneis, quel bianco langarolo che negli anni precedenti aveva conosciuto un qualche successo anche al di là del Ticino. Per meglio documentarci volle sfogliare con noi un vecchio dizionario piemontese - italiano del 1861, quello stesso dizionario, ci disse, che veniva fornito ai funzionari
sabaudi inviati da Vittorio Emanuele II a costruire l’ossatura della futura burocrazia italiana postunitaria. Ebbene, dalle pagine ingiallite del dizionario apprendemmo che “arneis” indicava senza il minimo dubbio ogni cosa, o persona, di incerto, mediocre o scarso valore: un “arnese”, insomma, con buona pace degli estimatori del bianco piemontese. La cosa non ci meravigliò. Il Conte Riccardi aveva a più riprese dichiarato che la prima qualità di un vino è di essere rosso. E per non smentirsi nemmeno in quel tardo pomeriggio così particolare, il Tucano decise di
proporci una merenda casalinga indimenticabile: un vassoio di delicatissime tartine salate in accompagnamento a una memorabile bottiglia di Barbaresco Gaja del 1982. Belle lettere e buon bere in amicizia, che cosa chiedere di più?
Naturalmente, da buon esponente di una famiglia di militari di carriera, nonché discendente del generale Fiorenzo Bava Beccaris, al momentodel congedo il Conte Riccardi pregò la moglie Marzia di accompagnarlo sulla soglia di casa perché fosse lui, di persona, nonostante le difficili condizioni di salute, a dare a ognuno di noi un saluto di viatico peril ritorno a Bologna.
Nessuno di noi tre potrà più scordare quella singolarissima merenda
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