Lo Spumante italiano


L’industria spumantistica nasce in Italia nella seconda metà del 1800 in Piemonte ed in Veneto adottando metodologie provenienti dalla Francia. Ai giorni nostri siamo il quarto paese produttore al mondo, ma con un consumo interno procapite di sole due bottiglie all’anno legato essenzialmente alle festività natalizie o ad occasioni e celebrazioni particolari. Spesso il consumatore fa poi confusione tra frizzanti, spumanti e vini addizionati o gassificati senza capire le sostanziali differenze che esistono tra loro. Quindi, per capire meglio, diremo che i sistemi principali di lavorazione ammessi dai disciplinari sono tre.
Innanzitutto il Metodo Classico che fino al 1994, anno in cui i francesi ottennero dalla Comunità Europea l’esclusiva, si poteva indicare come Champenois; il Metodo Charmat ideato dall’enologo italiano Martinotti (e diffuso dal francese Charmat) che si differenzia in corto e lungo a seconda della permanenza sulle fecce e la gasatura artificiale che dà origine a prodotti abbastanza dozzinali. I vitigni più adatti per ottenere buoni spumanti seguendo il Metodo Classico sono sicuramente il Pinot Nero, lo Chardonnay, il Meunier e in misura minore il Prosecco, il Durello e il Riesling. Seguendo il metodo Charmat si vinificano uve di Moscato, Verdicchio, Malvasia e Prosecco.
Le regioni italiane più vocate per gli spumanti sono il Piemonte (il Moscato d’Asti è DOCG), il Trentino e la Lombardia con la Franciacorta e l’Oltrepo Pavese. Realtà interessanti emergono in Veneto, nelle Marche ed in Sicilia oltreché nella zona dei Colli Bolognesi (segnalo volentieri il Pignoletto Spumante dell’azienda Tizzano ed il Francia Brut dell’azienda Gaggioli).
Vino da tutto pasto, lo spumante è ottimo come aperitivo e si abbina, a seconda delle caratteristiche, con antipasti magri, crostacei, pesci di lago, piatti di pesce con salse aromatiche e dessert.


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