Storia delle vigne e del vino del Montalbano

M. NUTI

Fattoria di Mercatale - Vinci

L'area del Montalbano è un enclave territoriale a contorni frastagliati compreso tra i Comuni di Capraia, Limite, Larciano, Lamporecchio, Monsummano, Vinci, Carmignano, Quarrata, Serravalle Pistoiese e Pistoia delle province di Firenze, Lucca, Prato e Pistoia. Nella carta di Leonardo del 1503 erano ricompresi Signa, Montelupo Empoli ed il territorio si estendeva da Artimino a Monsummano.

Carte delle riserve di caccia granducali che risalgono al XVIII secolo riportano Vinci, Lamporecchio, Limite, Ambrogiana e il Barco Reale, oltre a Cerreto e Artimino.

Il Monte Albano così viene descritto dal Repetti nel Dizionario geografico fisico storico della Toscana del 1833:

"Dicesi Monte Albano la più elevata diramazione dell'Appennino che dalla foce di Serravalle stendesi nella direzione di maestro a scirocco fra l'Ombrone pistojese e l'Arno sino alla gola della Golfolina, dal 28° 29' al 28° 41' longitudine e dal 43° 44' al 43° 55' latitudine. Le sue principali cime denominate Pietramarina e S. Alluccio sono elevate sopra il livello del mare, quella 984, e questa 929 braccia. Trovansi nel suo fianco orientale le Comunità di Carmignano e di Tizzana, nel lato occidentale Monte Vettolini, Lamporecchio, Vinci e Cerreto-Guidi, a settentrione maestro Serravalle, e a scirocco Capraja. La natura del terreno partecipa nella massima parte di quello di sedimento inferiore, coperto nella sua base orientale da sedimenti palustri, e nel suo fianco occidentale da immensi depositi di ciottoli e ghiaje che ricuoprono una marna ricca di fossili terrestri e marini.

Alla parte australe di questa diramazione fu dato il nome di monti del Barco Reale per un vasto parco vestito di selva fatto circondare di mura dal Gran Duca Ferdinando II ad uso di caccia".

I terreni del Montalbano si presentano piuttosto disformi, come notato dal sopracitato Repetti (1843) e ancora prima da Giovanni Targioni-Tozzetti (1768); vanno dai calcari biancastri dell'alberese e rocce arenarie delle colline alla destra del fiume come Bibbiani fino ai terreni sciolti e freschi franco-sabbiosi di Vinci e Lamporecchio.

Il pH prevalente tende all'alcalinità e la presenza di conchiglie indica l'origine geologica. Si tratta dei resti di quanto si sedimentò nel mare che alla fine del Terziario aveva portato a sommersione l'area tra la Corsica e le dorsali appenniniche più interne. Il Principi (1961) riporta le arenarie del Montalbano come originate nel Paleogene, in particolare nell'Oligocene. Queste arenarie sono per lo più stratificate con banchi di spessore variabile ma spesso di notevole potenza, alternanti con lenti di scisti argillosi e di marne arenacee e con strati di calcari marnosi o arenacei. Non mancano nelle parti più basse del Montalbano esempi di terreni argillosi di derivazione pliocenica che, nel Vinciano, sono limitrofi al "mattaione".

Una situazione pedologica quindi che, nel suo complesso, suggerisce la diversificazione degli impianti viticoli a livello di clone ed anche di cultivar nel rispetto della vocazione data da una composizione articolata dei suoli.

Attualmente, su una produzione complessiva del Chianti di 884.467 hl, la ripartizione è la seguente:

Classico: 265.275 hl

Colli Senesi: 142.663 hl

Colli Aretini: 33.064 hl

Rufina: 18.958 hl

Colli Fiorentini: 16.179 hl

Montalbano: 13.628 hl

Colline Pisane: 8.018 hl

Escludendo le colline pisane, il Montalbano è quindi oggi un prodotto di nicchia, che rappresenta circa l'1,5% della produzione totale del Chianti.

Bene fanno quindi gli organizzatori e i convenuti a cercare la modalità di un rilancio dei vini del Montalbano, terra bene vocata per la viticoltura e per produrre ottimi vini.

Dalle origini al quattrocento

Che il vino faccia parte della storia montalbanese non v'è dubbio, visto che nel Museo della Ceramica di Montelupo, su un frammento di ceramica attica dall'abitato etrusco di Bibbiani-Montereggi risalente al V-IV secolo a.C., si vede una fanciulla che offre una coppa di vino per le libagioni di rito. D'altronde impronte di Vitis vinifera rilevate nei travertini alla sinistra dell'Arno, testimoniano che nel quaternario questa pianta era già presente. Nel "cratere di Carmignano" dalla tomba di Grumaggio, presso Poggio alla Malva, vi sono figurazioni dionisiache di satiri e menadi; il cratere è conservato nella villa di Artimino. Normalmente i vini offerti in un cratere erano vini forti liquorosi, tanto da dover essere diluiti con acqua. Non è dato sapere se questo tipo di vino era localmente prodotto. Ma il primo documento scritto che testimonia l'esistenza di vigneti nel Montalbano è l'atto di donazione, il 7 febbraio 767 d.C., da parte del nobile longobardo Gundoaldo al monastero benedettino di San Bartolomeo relativo alla carte di Bibbiani con le sue vigne prati e pascoli.

Il mondo dell'uva e del vino fu fortemente regolato in epoca medievale in Toscana. Già nel 1281 venivano emanati dei disciplinari dal Consiglio dei Sapienti di Firenze per stabilire le tariffe del vino nuovo e vecchio, di quello prodotto con uve nostrane e del vino ottenuto con uve alloctone (greco e ruteno). Il vino "novello" entrava in commercio a novembre e doveva costare 20-30% in meno di quello più maturo. Sono secoli nei quali si consolida la cultura del vino e ancor più quella della vite. In queste zone dominava la forma di allevamento ad arbustum gallicum, di derivazione celtica, a sostegno vivo. Questo sistema evoluto in seguito nel sistema specializzato a spalliera alta e poi medio alta, non è mai stato sostituito in Toscana da quello vinea di origine ellenica, che invece ha attecchito nelle zone meridionali; a nostra conoscenza, non ci sono testimonianze figurative o descrittive che facciano pensare a coltivazioni ad alberello basso nel Montalbano e zone limitrofe. Tra l'altro tra la fine del Duecento e il secolo successivo, dopo gli assestamenti territoriali (i conti Alberti signori di Capraia, Pontorme ed Empoli sotto la tutela fiorentina così come Artimino) si ha la tendenza alla grande concentrazione di proprietà fondiaria (Pirillo, 2000); ciò evidentemente comporta che dalla fase di confronto e di frammentazione delle tecniche colturali si passi ad una maggiore uniformità di queste ultime per aree territoriali sempre più vaste, dove l'élite economica e classe dirigente fiorentina poté dirigere risorse finanziarie e conoscenze tecniche (adozione del molino ad acqua, della falce fienaia, del correggiato per battere il grano, sistema di rotazione delle colture; Stopani, 1979). In questo contesto di dinamico sviluppo vanno ricordati anche eventi che ritardarono l'ulteriore evoluzione della viti-vinicoltura, in particolare le carestie e le scorribande militari nel montalbanese. Narra il Villani (cit. da Ricci, 1895) che nel 1343 il vino comune di vendemmia fu carissimo, "da fiorini 5 in 6 il cognio". Il vino di Carmignano acquistato da Lapo Mazzei per conto di Marco Datini fu pagato fiorini 5 il cognio come nell'anno di grande carestia citato da Villani. Quindi comparando i prezzi, secondo i precedenti ragionamenti, il vino di Carmignano sarebbe costato lire 16 la soma, o lire 80 il cognio; prezzo superiore a quello dei vini allora più stimati nello Stato della Repubblica (ricordiamo che 1 cognio equivale a 456 litri circa, ossia a 10 barili). Tra le scorribande militari che non pochi danni arrecarono, ricordiamo quelle di Castruccio Castracani che conquista la Castellina di Limite sull'Arno, Artimino e il colle di Petroio tra il 1314 e il 1326 (Lazzeri, 1988). Il Cioni (1993) riporta la caduta di Signa, Lastra, Artimino, Carmignano, Vitolini, Montelupo, Pontorme, Vinci, Cerreto, S. Miniato e S. Maria a Monte….. " avendo guastato ed arso il paese adiacente a Fucecchio, Cerreto e a Vincio….… pur senza conquistare Empoli……… dovendo ritirarsi da questi luoghi pieno di rabbia e di vergogna". Alla fine del secolo la viticoltura nel Montalbano era già diffusa sui due versanti : a nord, attuale provincia di Pistoia, i vigneti producevano eccellenti vini bianchi dal San Baronto (il bianco "Albano") e da Quarrata ("bianco" e "trebbiano") ed apprezzati vini rossi ("rosso di Tizzana"). In via indiretta si desume che vini rossi erano prodotti sul versante di Spicchio. A Sud la regione vinicola del Montalbano comprendeva Carmignano con Artimino e Comeana e il distretto di Vinci. Concludendo, nel Basso Medioevo anche nel territorio pistoiese si sono nettamente imposti alcuni prodotti tipici in Toscana, tra i quali il Montalbano rosso e quello bianco (Melis, 1984).

Il trattato "De Agricoltura" di Michelangelo Tenaglia ci aiuta a comprendere meglio la viticoltura dell'ultimo scorcio del XV secolo, essendo tra l'altro il Tenaglia divenuto nel 1473 Potestas Chiantis. Tra i vitigni citati ci sono nomi in parte a noi tramandati: Albano, Canaiolo, Raffone, Perugino, Lugliolo, Sancolombano, Trebbiano e Zibibbo. S'incomincia a parlare, oltre che di viticoltura, di vinificazione in cantina di uva da pigiare con il "pillo", di epoca della vendemmia commisurata alla maturazione dell'uva, di tini e botti "cipollati" di legno di castagno, di "casa della vendemmia" (Mazzi e Raveggi, 1983). Le lavorazioni relative alle viti vengono così ripartite, secondo il trattato del Tenaglia, successivamente ripreso e dettagliato anche dal Pier de' Crescenzi:

Il vino in toscana, nelle sue diverse qualità, diviene un genere di larghissimo consumo, di facile collocazione nei mercati, ben avviato anche nei commerci a medio e lungo raggio. Inizia la verifica della qualità e gli statuti rurali prestano molta attenzione alla tutela delle vigne. Negli Statuti del Comune di Vinci si trovano ben sei rubriche: 51 "pena dei vinattieri" per le "misure suggellate", 57 "pena di chi vendemmierà anzi al tempo", 63 "per i danni in alcuna vigna piena di uve", 65 "per chi ardisca vendere ad minuto" e "fraudare il comune di Vincio nella gabella", 66 "della pena di tenere bestie oltre certo numero e danno dare in vigna", 72 "che ciascuno sia licito vendere vino con fiaschi". Si diffonde l'uso di sostegni morti con legno di castagno e di strumenti specializzati per le lavorazioni (la "marra ad fodendum vineam" e i "marrones ferreos strictos ad ligonizandam vineam"), per le potature (potaiola, roncola e coltello ad uncino), di strettoi di vinaccia per fare l'acquarello. Il consumo di vino pro-capite in Firenze si avvicina ai trecento litri annui e a Siena quasi 400. Mentre Leonardo menziona l'acquavite in almeno 15 fogli, compreso il codice Atlantico, suo padre Ser Piero d'Antonio dichiara un reddito di 84 barili di vino prodotti in diversi poderi di Bacchereto e di Vinci (Vezzosi, 1991). Il secolo si chiude con i primi viaggi di Cristoforo Colombo e con il genio leonardesco che si affaccia alle porte del mondo.

Dal cinquecento al novecento

E' ancora Leonardo che parla di vino in una lettera a Zanobi Boni suo Castaldo, il 9 ottobre 1515 (Vezzosi, 1991). Si può imparare molto dagli errori e Leonardo si lamenta della qualità dell'ultimo invio:

"non furono secondo la espettatione mia le quatro ultime caraffe et ne ò auto rammarico. Le vite de Fiesoli in modo miliori allevati, furnire devriano all'Italia nostra del più ottimo vino, come a Ser Ottaviano. Sapete che dissi etiamdio che sarebbe a cuncimare la corda quando posa in el macigno, con la maceria di calcina di fabriche o muralie demoliti, et questa assiuga la radicha, e lo stelo; e le folie dall'aria attranno le substantie conveniente alla perfetione del grapolo. Poi pessimamente alli dì nostri facemo il vino in vasi discuoperti et così per l'aria fuggi l'exentia in el bullimento, et altro non rimane che un umido insipiente culorato dalle buccie et dalla pulpa: indi, non si muta come fare si debbe, di vaso in vaso, et per lo che viene il vino inturbidato et pesante nei visceri.

Conciosiacosaché si voi et altri faciesti senno di tale raggioni berremmo vino excellente". M.N.D. Vi Salvi Leonardo

Un manuale di vinificazione non potrebbe esser più chiaro: uso di correttori del pH e della tessitura di terreni pesanti, anticipazione del ruolo della fotosintesi operata dalle foglie. Il mosto non deve bollire in tini scoperti; i travasi vanno eseguiti senza lasciar il mosto-vino

sulle fecce. Né d'altra parte possiamo dimenticare che Leonardo proviene da una famiglia di vignaiuoli: il nonno Antonio da Vinci dichiarava 16 barili di vino prodotti nei suoi terreni di

Orbignano e lungo lo Streda e in quello adiacente al fossato di Vinci che lavora personalmente. Di Ser Piero suo padre abbiamo già accennato. Ludovico il Moro dona allo stesso Leonardo 16 pertiche di vigna presso Porta Vercellina a Milano, poi toltagli da Luigi XII di Francia, ma restituita il 20 aprile 1507 da Charles d'Amboise.

Nel Montalbano viene costruito il Muro del Barco per delimitare la bandita medicea da proprietà dei Frescobaldi che vengono indicati poco dopo possessori di proprietà tra Capraia, Castellina e Pulignano.

La monumentale raccolta d'informazioni del gentil'huomo fiorentino Gioanvettorio Soderini, pubblicata nell'anno 1600 a Firenze ci offre uno spaccato sulle conoscenze di viticoltura e anche dei pregiudizi dell'epoca; tra questi ultimi le viti trasportate da paesi lontani che, nella seconda stirpe, degenerano; il concetto viene allargato alle piante in generale che trasportate di lontani paesi nella seconda stirpe sogliono tralignare (il terzo viaggio di Colombo aveva riportato all'inizio del secolo semi di piante a noi sconosciute, poi distribuiti agli Orti Botanici, come pomodoro patata e legumi!). Insieme a gustose digressioni ("chi femina non custode, assai tribola e poco gode" e ciò "tanto più avviene alle viti") si richiama l'importanza delle fasi lunari per le lavorazioni di vigneti, e si ricorda il sistema vinea di Gerusalemme. Senza riferimenti al Montalbano, il trattato riporta molte notizie non depurate col filtro delle conoscenze scientifiche, ma pur sempre utilissime come base di confronto e fonte di repertori. Pochi anni dopo Don Cosimo dei Medici scrive a Galileo da Cerreto Guidi testimoniando la predilezione di grandi scienziati per il buon vino: Leonardo, Galileo, i Medici stessi nella doppia veste di uomini di scienza e produttori con il vino mediceo di Calappiano e Artimino.

La passione dei repertori ci tramanda col pistoiese Trinci, nella seconda metà del 1700, elementi fondamentali di viticoltura ed enologia. In elenco alfabetico, nel I Cap. del Trattato delle Uve e dei Vini, sono riportate 31 varietà di vite (tab. I) con la descrizione ampelografica e le caratteristiche del vino che ne deriva: nella tab. II si riportano alcune di queste varietà con le principali caratteristiche (qualità della buccia, epoca di maturazione, qualità del vino ottenuto). Sorprende infine la modernità del Cap. XXXIII del trattato del Trinci sulla "qualità e quantità delle Uve da scegliersi e unirsi insieme per fare varie sorte di vini", che anticipa principi e applicazioni della più moderna enologia.

Al di là della impossibilità di utilizzare certe uve ormai scomparse, come la celebrata Verdea (vedi Hohnerlein - Buchinger, 1996) di queste parti o la Lonza e il Roverusto, la precisione del raccordo tra qualità di uvaggio e qualità organolettiche del vino prodotto rimangono una testimonianza di conoscenze (e di bravura) che ha pochi eguali in Toscana. Nel 1787 il Fabroni cita espressamente il Vin Santo, rivendicandone la primogenitura rispetto al Vin de Paille francese, ma derivato dalla tecnica romana descritta da Plinio e Columella per il Protropum Vinum.

Si gettano le basi per i contributi fondamentali del Cosimo Ridolfi, la cui storia s'intreccia col Montalbano avendo Pietro Ridolfi sposato alla fine del 1700 Anastasia Frescobaldi, figlia di Giuseppe; per il matrimonio viene portata in dote Bibbiani. Ma prima di esaminare il contributo del Ridolfi, non possiamo dimenticare altri grandi e cosiddetti "minori" di questo secolo d'oro per la viticoltura ed enologia: Pasteur, ma anche Malenotti, Pollacci, Vannuccini, Passerini, il Lawley col suo Manuale del Vignajuolo, Bizzarri, il Lomeni con il trattato di fabbricazione e conservazione del vino. Ma piace ricordare in questa sede altre scoperte, meno note ma non per questo meno importanti:

- nel 1822 Mons. Arcangioli vescovo di Pescia inventa i colmatori di cristallo per le botti

- nel 1825 il Lomeni inventa una ammostatrice poi modificata da Pietro Guicciardini

- nel 1825 i colonnello Ricci invia alcuni fusti di vino toscano a Londra e New York per convincere gli increduli che il prodotto può sopportare lunghi viaggi.

Tutte piccole e grandi iniziative che contribuiscono a creare in Toscana e nel mondo la "tecnologia" del vino (Scala, 1924).

L'opera del Ridolfi può essere, per ampiezza e profondità, paragonata in agricoltura all'opera di Pasteur per la microbiologia (Verona, 1977). Entrambi furono capaci di un approccio olistico, come si dice oggi, ma profondissimo per ciascuno dei settori dei quali si occuparono. Entrambi portarono il metodo scientifico sperimentale a livello di approccio di routine nell'attività di ricerca e identificarono quest'ultima come metodo insostituibile per la creazione di nuove conoscenze e nuove tecnologie. Non è compito del convegno odierno esaminare il poderoso contributo ridolfiano allo sviluppo agricolo toscano e nazionale; per un'ottima rassegna storica si veda lo studio di Coppini e Volpi (1991) eseguito in occasione del 150° anniversario della fondazione della Facoltà, allora Istituto, di Agraria a Pisa. Piace ricordare che la sede fu personalmente acquistata dal Ridolfi che ne parlò nel maggio del 1841 al Caffè dell'Ussero con Luca Grassini; dopo poche settimane i terreni di Piaggia furono acquistati e dopo poco si aggiunse San Cataldo, attuale sede dell'Area della Ricerca del CNR di Pisa.

Ma il Ridolfi non fu solo un eccellente agronomo e divulgatore (Ridolfi, 1857), bensì anche un ottimo enologo (Ridolfi, 1848).

Nella sua "Memoria sulla preparazione dei vini toscani" detta una serie di 53 precetti, in gran parte ancora oggi validi, di natura assai pratica anche se sottendono una padronanza non comune di conoscenze teoriche. Di particolare pregio il processo di vinificazione dal Ridolfi elaborato per sé a Bibbiani, con le uve di Trebbiano, Canaiolo e Sangiovese nelle proporzioni poi cristallizzate nella produzione del Chianti e giunte fino a noi. "Trasparenza perfetta, robustezza, lunga durata, anzi attitudine a migliorare col tempo e a prender colore; gusto che si designa col nome di asciutto…." ecco la descrizione del prodotto che si dovrebbe ottenere se si seguono le regole ridolfiane. Preconizza i vini speciali e sostiene l'utilità di vendemmia e vinificazione in purezza, quindi i vinaggi più che gli uvaggi. Indicazioni preziose ancor oggi nella moderna vinificazione.

La realtà contemporanea e i "vini nuovi"

Siamo ormai ai giorni nostri, con le campagne toscane sia del Chianti che di altre zone che vedono nella seconda metà del novecento periodi alterni di fortune commerciali ma anche di declino dovuto allo spopolamento e alla conseguente difficoltà di reperire manod'opera. Intorno al 1968 la legge 930 sulla Tutela dei vini riportò in auge il prodotto portando la superficie a 5.700 ha nel 1973. Nei vigneti la densità d'impianto difficilmente superava i 3500 ceppi per ettaro. Ne conseguiva un vino di scarsa struttura per le sostanze estrattive, con componenti polifenoliche esigue (presenza di uve bianche e di Canaiolo). Un vino beverino, vivace, con aromi secondari simpatici ma fugaci. Le carenze tecnologiche, enotecniche e microbiologiche (basti pensare a quanto si sa oggi di fermenti malolattici) presenti fino a tutti gli anni ottanta sembrano oggi colmate dalle nuove conoscenze. Per limitarsi ai polifenoli la cui presenza è così importante dal punto di vista nutrizionale-salutistico, oggi sappiamo che la loro concentrazione dipende dalla macerazione e che vi è una stretta interazione tra queste sostanze e i lieviti e i batteri del mosto e del vino; ma vi è anche un'attività dei microrganismi sui polifenoli, con processi degradativi e di re-sintesi.

Queste strette interazioni sono regolate anche dal tipo di vitigno. Ecco affacciarsi vitigni più interessanti qualitativamente del Trebbiano e della stessa Malvasia: Sauvignon blanc, Chardonnay, Viognier, Vermentino, Ausonica, Pinot blanc, Sirah, Verdot (già oggi adottato con successo nelle Marche). Non dimentichiamo che Francesco Montelatici nel suo libro "La Vigna e la Cantina" del 1879, dedicato al marchese Luigi Ridolfi, già segnalava come alcuni vitigni stranieri conferissero utili contributi organolettici ai vini toscani!.

Senza quindi identificare il concetto di "vino nuovo" con "vino al Cabernet" possiamo ritenere che la piattaforma ampelografica disponibile per la valorizzazione del Montalbano sia piuttosto ampia; in parte essa è già disponibile o è in corso di ottenimento attraverso il recupero di varietà autoctone mediante selezione clonale, consentendo una gamma di scelte prima impensabile. Che è quanto dire di rinnovarsi nel solco della tradizione secolare vitivinicola.

 

Ringraziamenti

L'A. desidera ringraziare, per la bibliografia messa a disposizione e per le informazioni ricevute, l'Avv. Giuliano Lastraioli e il Prof. Luigi Donato.

Desidera altresì esprimere il proprio ringraziamento al Dr. Giacomo Tachis per i suggerimenti e la bibliografia messa a disposizione.

Tab. I

Barbarossa

Canajola rossa

Claretto rosso di Francia

Claretto bianco di Francia

Colore Canajolo rosso, ovvero Canino

Dolcipappola bianca

Lacrima di Napoli rossa

Lonza bianca

Liatico rosso

Mammola rossa asciutta

Mammola ronda rossa

Moscadella rossa

Moscadella bianca

Malvasia bianca, o sia Grechetto

S. Maria bianca

Malaga rossa

Malaga bianca

Navarrino, o sia Navarra rossa

Occhio di Pernice rossa

Occhio di Pernice bianca

Pignolo rosso

Raverusto dolce rosso

Raffaone rosso

Raffaoncello rosso

Trebbiano Fiorentino bianco

Trebbiano di Spagna, o sia uva Greca bianca

Vajano rosso

Verdea bianca, o sia Bergo

Volpola, o fia Cimiciattola bianca

S. Zoveto, uva rossa

Zeppolino Imperiale, o sia uva Tedesca rossa

 

Tab. II

Varietà uva

Qualità buccia

Epoca maturazione

Qualità vino ottenuto

Uve rosse      
Canaiolo comune gentile 20 settembre spiritoso, piccante
Colore resistente 1 ottobre generoso da navigazione
Leatico o Aleatico resistente 15 settembre odoroso, aromatico
Mammola asciutto gentile 30 settembre spiritosetto
Occhio di Pernice nero dura 15 agosto spiritoso, da navigazione
Sangioveto forte o ingannacane resistente 1 ottobre piccante
Uve bianche      
Greco piccolo resistente 20 settembre spiritoso, delicato
Malaga bianco gentile 15 agosto spiritoso, dolce
Malvagia resistente 15 settembre generoso, odoroso
Moscadello gentile 31 agosto odoroso
Verdea gentile 31 agosto passante
Volpola gentile 15 agosto spiritoso

 

 

Bibliografia

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Vezzosi A. (1991) Il vino di Leonardo. Morgana Ed., Firenze

 

Tab III

 

Composti

Proprieta'

Flavoni

Antociani

Leucoantociani

Tannini catechici

conferiscono colore all'uva bianca

conferiscono colore all'uva rossa e vino rosso

incolori; sembrano responsabili del colore del vino bianco

contribuiscono al colore del vino bianco e del vino rosso