| Giovedì 12 marzo Atterriamo allaeroporto di Buenos Aires
alle 21, 30 ora locale, o almeno questo è quanto
sostiene la rossa intermittenza al quarzo che lampeggia
sul quadrante di un tipico orologio da muro: secondo la
biologia è invece notte fonda e le nostre facce da
"turisti per caso" sono più vere di una divisa.
Il resto del gruppo che ci ha preceduti di un paio di
giorni se la starà spassando in qualche locale mentre io,
Francesco e Flaco stiamo arrancando sotto il peso del
bagaglio a mano. Chiunque abbia volato conosce la
spasmodica lentezza con cui vengono svolte le operazioni
di ritiro bagagli - timbro sul passaporto, la suggestione
ipnotica di fronte al nastro trasportatore su cui presto
scivoleranno tutte le valige tranne la tua, già persa,
dimenticata, forse a Roma, la fila impaziente. Vicino a
noi, fresche di giovinezza risplendono le belle facce dei
"Ragazzi Italiani" famosa band in tournée allestero.
Quando veniamo finalmente accolti dallamico Marco
munito di telecamera immortalatrice è inevitabile che si
finisca anche noi circondati da un tumulto di ragazzine
che inneggiano ai loro divi. Francesco si guarda attorno
imbarazzato: come, a volte, non servano a niente trentanni
di onorata carriera.
Venerdì 13 marzo
Ieri sera ci siamo appena salutati ma ceravamo
tutti: Patrizio e la Syusy, ideatori artefici della
spedizione televisiva; Giorgio, miracolosamente scampato
ai rimati vaticini della zingara Cloris e la sua
commercialista, Carla, che si è convinta pensando di
partecipare a Carramba che sorpresa; Patricio, argentino
bolognese figlio di emigranti, insegnante di tango; Marco,
guida spirituale e morale, per hobby anche organizzatore
materiale; Paolino e Giuseppe, i fidi operatori; Mauro e
Monica, freschi sposi torinesi, di professione tour
operator e infine la chitarra, Flaco, la voce, Francesco,
la piccola scrivana, io.
Stavamo stretti, seduti ad un tavolo rivestito da una
tovaglia di carta colorata, di quelle che ti fanno venire
voglia di arrotolarne i bordi o di ridurle a pezzettini.
Le pizze erano enormi, adagiate sui tondi taglieri di
legno, i sapori verdi, rossi, bianchi, ritagliati sugli
spicchi. Rispetto al nostro orecchio il folklore, la
musica suonata dal vivo, era come la distanza più breve
fra due punti, retta sottile stesa tra il piacere e la
sofferenza.
Adesso invece siamo già a Trelew, due ore di volo a sud
di Buenos Aires. Stiamo viaggiando in pulmino verso
Puerto Madrin per consentire a Patrizio unimmersione
fra le foche. Flaco è felice di riascoltare lidioma
materno e fa amicizia con Louis, la guida locale, quel
tanto che basta perché le loro chiacchiere
incomprensibili ci impediscano di dormire. Arriviamo che
è tarda mattinata. La giornata è tersa, luminosissima:
lungo la costa atlantica fredde raffiche soffiano sul
mare increspandolo e spazzando via le nubi. Non appena il
vento cessa di soffiare il sole sulla pelle scotta e non
fai altro che sfilarti e infilarti da un maglione che
ogni cinque minuti passa da necessario a superfluo. Ci
attardiamo al ristorante sulla spiaggia mentre aspettiamo
che Patrizio ritorni dal suo incontro ravvicinato con lotaria:
labbiamo visto allontanarsi a bordo di un gommone
strizzato dentro ad una muta spessa un dito, con locchio
lacrimoso per la rinuncia al fritto croccante di piccoli
crostacei.
Chissà se abitando qui ci farei labitudine a
questo deserto.
Abbiamo lasciato la città, una ridente, placida,
turistica località di mare, con i suoi villini ben
tenuti, i piccoli giardini pieni di fiori, i viali di
tamerici salmastre con le baracchine dei gelati e da più
di mezzora siamo entrati sembra allarrovescia,
dalla parte sbagliata, in un territorio riarso.
Ho sete. La costa, le onde, lodorea ventate di
salsedine quasi allimprovviso hanno ceduto il posto
ad una calma piatta, bassa, polverosa. Lorizzonte
è in penombra, il pulmino sobbalza sulla strada sterrata:
stiamo addentrandoci nella Penisola di Valdes e questa
pianura ricoperta di radi cespugli spinosi è la prima,
inconfondibile traccia di Patagonia.

Cena al faro:
Francesco accanto a me, Flaco con la chitarra, di fronte
a lui Giorgio Comaschi e, sullo sfondo, Patrizio Roversi.
Arriviamo allhotel Faro di Punta
Delgada che è notte inoltrata.
Il mare non si vede ma se ne avverte nettamente,
amplificato dal silenzio profondo, il suono frizzante
portato dallaria che scivolando sullacqua si
purga della polvere e del suo gusto stantio.
Ci disponiamo in camere semplici che una volta ospitavano
i soldati in servizio presso la base militare, ora
convertita in ostello per turisti. Lalbergatore ci
avvisa che siamo proprio isolati: niente telefono e i
contatti via radio riprenderanno solo il giorno seguente.
Non so perché ma lidea non solo non mi spaventa ma
mi eccita moltissimo. Siamo un gruppo di amici, ceniamo
con tanti tipi di insalate, di pollo, di pesce, di
verdure, perfino insalata russa, abbiamo le chitarre e
voglia di socializzare con gli altri avventori: soli,
dallaltra parte del mondo. Domattina saliremo
proprio dentro la campana del faro.
Sabato 14 marzo
Abbiamo lasciato lhotel ma
continuiamo ancora a procedere sotto costa dove lerosione
ha scavato profondi canaloni e modellato le dune. Quando
ci arrestiamo sullorlo di uno di questi imponenti
ma fragilissimi strapiombi di arena compatta la guida,
che sapeva il fatto suo, ci indica una colonia di pigri
elefanti marini. Voglio osservarli da vicino mentre fanno
il bagno o stanno sdraiati al sole.
Io, Carla e Flaco ci facciamo fotografare da chi è
rimasto in alto sul dirupo: non tutti hanno voglia di
riempirsi scarpe e capelli di sabbia.
Gli animali non si lasciano accostare troppo, ringhiano e
sbuffano forte trascinandosi con le zampe anteriori sulla
pancia: hanno occhi tondi, umidi, molto espressivi, come
quelli dei cani. Calpestiamo una roccia antichissima dove
le conchiglie fossili restano incastonate,
irraggiungibili. Raccolgo qualche proto-ostrica dalla
sabbia sotto lo sguardo severo di Louis: ecco i soliti
turisti mentecatti, suggestionati dalla sindrome di
Indiana Jones e dalle letture di National Geographic,
traduco liberamente dallo spagnolo.
Proseguire in direzione di Puerto Piramide significa
riattraversare altri 200 Km di pampa, terra grigia tuttintorno
a perdita docchio, appena ingentilita dalla
presenza rinseccolita dei ciuffi di paglia. Mauro osserva
che non cè neanche un albero per pisciare e la
frase suscita uneco immediata di approvazione da
parte della componente maschile dellequipaggio. Il
pulmino sta schivando ostacoli immaginari, sollevando ad
ogni sterzata nugoli di polvere. Ogni tanto frammenti di
breccia rimbalzano sui finestrini già compromessi.
Ci spiegano che paradossalmente la Patagonia non è terra
di nessuno: ai lati della strada si notano recinzioni di
filo spinato che ogni tanti chilometri si dipartono anche
perpendicolarmente. Questi latifondi infruttuosi hanno i
loro proprietari, allevatori di cavalli e di pecore la
cui unica preoccupazione, dopo la manutenzione delle
pozze dacqua artificiali, è impedire che le
mandrie attraversino incontrollate i confini altrui: dal
momento che sbarrare la strada con dei cancelli
costringerebbe i guidatori ad un massacrante saliscendi
dal proprio veicolo i cow boys hanno pensato bene di
intersecarla nel senso della larghezza con grate di ferro
nei cui fori andrebbero ad incastrarsi gli zoccoli degli
erbivori più incauti. Ma siccome le bestie non sono
tanto stupide e da tempo fanno uso del passaparola noi
non abbiamo mai avuto il piacere di imbatterci in animali
così crudelmente intrappolati.
A Puerto Piramide andiamo alla ricerca dei balenieri.
Alle pareti del locale in cui ci siamo fermati per
rinfrescarci - beviamo qualcosa per non mangiare a
stomaco vuoto - è appesa una gigantografia di Lady Diana
che si sporge dal parapetto della barca verso una
gigantesca coda nera e lucida. Unimbarcazione
analoga è parcheggiata a secco sulla spiaggia incastrata
fra le costole di ferro di una struttura dotata di ruote.
Ci hanno fatti salire lì sopra con i giubbotti di
salvataggio colore arancio già indossati e hanno
trascinato il tutto con un trattore per un centinaio di
metri fin dentro lacqua ad una profondità
sufficiente a garantire lautonomo galleggiamento
della chiglia. Le balene sono lontane, in mare aperto e
si avvicinano soltanto durante il periodo degli
accoppiamenti o quando la femmina deve partorire il
piccolo: queste sono acque relativamente calde e sui
tavolieri di roccia sedimentaria costantemente dilavati
dalle maree si raggruppano stormi di gabbiani e di
cormorani e, più appartati, si dondolano al sole i
branchi di leoni marini. La brezza ti strappa il berretto
dalla testa, ti avvolge assieme alla puzza del guano e
respiri micro particelle di spruzzi che sanno di sale. Si
scattano fotografie inevitabilmente mosse a causa del
dondolio. Allunghi più volte una mano per potenziare lo
sguardo verso quelle montagne gialle, brulle, gran canyon
marino che ti sembra di aver profanato.

Francesco e Flaco
emuli del Capitano Achab
Lavventura continua e finisce..?
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