Abbiamo bisogno di fontane
In Piazza
Trento e Trieste c’è una nuova fontana.
In effetti tutta la piazza è nuova e la fontana è solo
uno degli elementi del suo nuovo arredo.
L’Agnese vende i suoi cocomeri qualche metro più in là
di prima, la baracchina dei gelati è finita dall’altro
lato della piazza a pochi metri da dove si trovava una trentina d’anni
fa e il giornalaio ha più o meno tenuto la sua posizione. La
nuova fontana, con la sua minimalità, è geniale: in
un ovale d’acqua alta appena pochi centimetri si alza un piano
inclinato ellittico da cui molti ugelli fanno scivolare acqua verso
la superficie della vasca, creando un movimento appena avvertibile,
leggero e continuo, che anima alcune decine di piccole luci bianche
che tremolano come se galleggiassero sulla superficie.
L’effetto è lento a manifestarsi: tutt’altro che
imponente. Ma fermarsi di notte in Piazza Trento e Trieste a guardare
le luci animate della fontana annusando il profumo penetrante dei
fiori dei tigli sembra avere un effetto inebriante e terapeutico sui
bolognesi che hanno in questi giorni il tempo e l’occasione
per farlo. Sulle quattro panchine davanti alla fontana si chiacchiera
sottovoce, non ci si dà fastidio a vicenda. E intorno passeggiano
studenti fuori sede, coppiette di mezz’età, cani educati
che si annusano l’un l’altro.
Ci ho passata più di un’ora l’altra notte, davanti
alla fontana, in compagnia di un amico che non vedevo da parecchio
tempo. Tornavamo da un ristorante sui colli e mi stava accompagnando
a casa: avevamo avuto tutta la serata per raccontarci le ultime novità
e lì, a quell’ora, eravamo piuttosto inclini al nostro
vecchio gioco di “guardoni auricolari” che consiste nel
cercare di indovinare il numero maggiore di elementi della vita di
una persona che non si conosce ascoltando quello che dice. Ma le parole
che ascoltavamo non erano quelle che siamo abituati a sentire girando
per la città, nei negozi, in autobus o al bar: erano parole
pacate, tranquille, sensate.
C’era più filosofia di vita che politica, più
tennis che calcio, più vita che moda.
Una ragazza con il piercing al labbro inferiore ricordava all’amica
che non è mica vero che questa è un’estate piovosa,
tanto più che siamo ancora in primavera. “C’è
chi continua a dire che non ci sono più le mezze stagioni anche
quando ne sta vivendo una lunga e piacevolissima - continuava pacata
– ci sono persone talmente assuefatte al non senso da non sapere
riconoscere neppure il proprio benessere”.
Pochi metri più in là un signora raccontava ad un cane
appena conosciuto, che peraltro la ascoltava educatamente, di aver
lasciato il suo Arnold in macchina per avere le mani libere dal guinzaglio
ma che, se l’avesse accompagnata, sarebbero andati insieme a
prenderlo così lui non sarebbe più stato ad annoiarsi
tutto solo.
Uno zio e il suo giovane nipote si ripromettevano di comprare una
tenda da campeggio per trascorrere il fine settimana su una montagna
dell’Appennino. E lo zio sembrava il più entusiasta dei
due.
Infine una moglie, un po’ avanti negli anni ma ancora più
che gradevole nel suo tailleurino celeste, faceva notare al marito
che “La fontana nuova è bella, sì, però
dall’altra parte della piazza prima c’era una fontanella
che adesso non c’è più. E se a uno gli viene sete
- continuava - o se un bambino mangia il gelato e deve lavarsi le
mani, come fa?”
E’ la fontana che rende piacevoli e ragionevoli le persone?
Basta l’acqua per ottenere l’effetto oppure occorrono
anche le luci tremolanti? E’ l’ubicazione che è
particolare o il fenomeno si può replicare in posti diversi
della città?
Abbiamo bisogno di fontane, dopo tutti gli urli dell’ultimo
periodo, per poterci ritrovare con noi stessi e con gli altri.
Non ci restano che le fontane per riscoprire la dimensione umana della
nostra città.
Speriamo che bastino.
Dr.
S. Giovese |