Bologna
è una città ricca di spunti interessanti.
Le sue bellezze artistiche, il suo patrimonio culturale, la sua naturale apertura
cosmopolita fanno della nostra città un luogo ideale di soggiorno e di
vita. Inoltre, si mangia pure bene. Ma è anche una città timida,
che non ama mettersi in mostra, e che di certo non veste l’abito di chi
vuole a tutti i costi farsi notare.
Tant’è che ti può capitare di andare alla stessa scuola
superiore ed essere concittadino di chi, per la prima parte della sua vita,
è stata semplicemente la più grande campionessa di judo che l’Italia
abbia mai avuto, e non lo sai. Questo perché a Bologna, come nella gran
parte del Bel Paese, il calcio e il basket la fanno da padroni, spesso senza
grandi meriti.
Bene, da tempo noi di Capitasport abbiamo deciso di invertire questa tendenza,
e, se avrete la pazienza di seguirci, oggi vi dimostreremo che ne è valsa
la pena.
Il judo, dicevamo. Trattasi di arte marziale giapponese codificata all’inizio
del secolo scorso, e caratterizzata da tecniche di corpo a corpo, leve e proiezioni.
E’ un ottimo strumento educativo, specialmente per i bambini e gli adolescenti,
perché insegna il rispetto per l’avversario e stimola la crescita
personale mediante una pratica che si svolge insieme agli altri: inoltre è
un’ottima attività sportiva anche per gli adulti, conferisce benessere,
permette di raggiungere un’eccellente forma fisica, e da molti è
considerata la migliore forma di autodifesa per uomini e donne.
Infine, il judo è sport olimpico dal 1964.
La nostra protagonista di oggi, bolognese doc, ha vinto moltissimo sui tatami
di tutto il mondo e vanta un medagliere da capogiro: 1 argento e 1 bronzo olimpico,
2 ori mondiali, 2 volte prima classificata ai Campionati del Mondo Universitari,
2 medaglie d’oro agli Europei ed oltre 15 tornei internazionali vinti,
più svariati piazzamenti di prestigio (argento e bronzo) dal 1988 al
2000, anno in cui si è ritirata dalle competizioni.
Diplomata ISEF e Laureata in Scienze Motorie, autrice di pubblicazioni dedicate
al valore educativo dello sport, insegna presso la Facoltà di Scienza
Motorie dell’Università di Bologna, ma ha collaborato anche con
l’ateneo di Genova dal 2000 al 2004, ed è ovviamente Docente di
judo (di cui riveste il grado il cintura nera VI° dan).
Dal 1997 è Ambasciatrice dello Sport e nel 2000 è stata investita
del titolo di Cavaliere delle Repubblica. E’ una grande appassionata di
arte e frequenta il 2° anno dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Nel 2004, infine, ha vinto il concorso per la realizzazione del monumento scultoreo
dedicato all’indimenticato campione di ciclismo Marco Pantani.
Il personaggio in questione si chiama Emanuela Pierantozzi.
Con grande disponibilità ha accettato di incontrarci, e noi siamo orgogliosi
di mostrarvi il resoconto di una splendida chiacchierata.
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D.:
Mi ricordo di aver letto qualcosa di te sui quotidiani sportivi bolognesi
parecchi anni fa...
R.:
Non ti sbagli. Io pratico il judo dalla tenera età di 8 anni e dal 1986
al 1992 sono stata tesserata quale atleta agonista della Società Sportiva
bolognese “Sempre Avanti”. Inoltre ho svolto attività di
direzione tecnica anche per il Centro Sportivo Universitario Bolognese. Adesso
invece ho posto il mio campo base presso la Società Sportiva “Izumo
Vultur” di Genova.
D.:
Come mai questa partenza da Bologna?
R.: Semplicemente perché le aspettative e la pressione che si erano concentrate
sulla mia figura di atleta erano diventate inadeguate per un ambiente quale
quello del judo. Nel 1992, dopo le Olimpiadi di Barcellona (dove il judo femminile
è divenuto disciplina ufficiale a tutti gli effetti), e soprattutto dopo
2 titoli mondiali vinti, mi sono trovata con una grandissima pressione addosso,
senza alcun tipo di filtro da parte di chi mi circondava. Così ho preferito
rimanere nel mondo del judo cambiando ambiente.
Ho scelto di andare a Genova alla scuola di judo educativo della Dottoressa
Muroni, che trovo più idonea alle mie aspettative attuali, e dove nel
1994 ho completato gli studi ISEF e dove successivamente, dal 1995 al 2000,
sono diventata assistente della Dottoressa che insegnava presso lo stesso ISEF.
Attualmente mi divido tra Genova e Bologna, che resta comunque la mia città,
e dove frequento il 2° anno della Accademia di Belle Arti.
Amo moltissimo l’arte, da sempre, e al momento mi dedico alla scultura:
di recente ho vinto il concorso per la realizzazione del monumento all’indimenticato
Marco Pantani.
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Il bozzetto dell'opera omaggio a Pantani |
D.:
E’ bello poter fare tante esperienze diverse, per te è
quasi una seconda vita, dopo tanti anni di judo…
R.: Sai, un discorso è vivere lo sport da atleta, ed un altro è
viverlo da Maestro o Allenatore. Per esempio, dal mio punto di vista il vero
Maestro è colui che sa mettersi in disparte, dietro le quinte, per far
crescere l’allievo. E, nonostante io ami molto insegnare, al momento mi
sento ancora troppo protagonista della mia vita per mettermi in disparte: così
l’arte diventa per me un ottimo strumento per continuare ad essere sempre
me stessa, al centro della mia esistenza.
D.:
Tu hai frequentato le Olimpiadi, praticamente eri di casa: per noi che
le vediamo solo in tv, raccontaci qualcosa…
R.: Beh, le Olimpiadi sono forse il più forte impulso allo sviluppo per
lo sport che esista al mondo.
Tutti i Paesi partecipanti dedicano all’evento la massima attenzione,
in termini di sforzi, mezzi ed investimenti, vista la sua risonanza planetaria.
E la competizione fa il resto: permette agli atleti di incontrarsi sotto gli
occhi di tutto il mondo, facendoli crescere tecnicamente ed umanamente grazie
al confronto.
In questo modo tutti i sistemi si muovono, si trasformano.
Guarda il judo, per esempio. La disciplina maschile è stata introdotta
alle Olimpiadi nel 1964, ma il suo fondatore Jigoro Kano, in quanto rappresentante
del Comitato Olimpico Internazionale, aveva già provato ad inserirlo
per i Giochi di Berlino del 1936.
Creando il judo, egli aveva già dato una spinta in avanti al ju jitsu,
l’antica forma di combattimento a mani nude dei samurai, trasformandolo
in una disciplina sportiva ed educativa, aprendosi fortemente all’Occidente
e sentendo l’esigenza di andare oltre, guardare lontano. Questo è
forse il motivo trainante delle Olimpiadi: il dinamismo, la spinta, lo sviluppo
delle discipline e delle nazioni.
D.:
E il doping?
R.: Il Doping è il cancro dello Sport. Doparsi è profondamente
stupido, vuol dire barare prima di tutto con se stessi, e ti toglie la possibilità
di essere un vero Atleta. In più in certi sport come il mio dove è
predominante la tattica non serve. Se sei dotato, ti alleni bene e ti senti
fortemente motivato i farmaci non ti servono anzi, tolgono fiducia nelle proprie
possibilità.
D.:
Tu sei l’atleta più titolata della storia del judo italiano?
R.: Sì, in assoluto: pur non avendo mai vinto la medaglia d’oro
alle Olimpiadi, secondo le Classifiche Internazionali il mio palmares si compone
di 1 argento e 1 bronzo olimpici, più 2 ori e 1 bronzo mondiali. Una
dote incredibile, pensando anche al fatto che fisicamente non assomiglio molto
allo standard giapponese…
D.:
Quindi, durante la tua carriera, avrai sempre incontrato Maestri ed
Allenatori che ti hanno compresa esaltando la tua “diversità”
fisica...
R.: Quasi mai, purtroppo. Molti anzi mi hanno criticato dal punto di vista tecnico
perché non ho mai potuto praticare un judo tipicamente “giapponese”,
fatto di posizioni basse, cosa impossibile vista la mia conformazione fisica
(altezza superiore alla media, fisionomia longilinea), e soprattutto sottovalutando
la mia sensibilità tattile e la mia predisposizione mentale a non mollare
mai..
E’ per questo motivo che, come insegnante, ritengo più giusto lasciare
libero l’atleta di esprimere la propria creatività, adattando gli
strumenti tecnici al suo schema motorio, e non viceversa.
Questa è la via da seguire se vuoi un valido atleta.
D.:
Perché, come agonista di livello internazionale, una volta terminati
gli studi superiori non sei entrata nei Gruppi Sportivi delle Forze Armate o
della Polizia di Stato?
R.: Perché ho preferito assicurarmi il futuro studiando, e quindi mi
sono diplomata presso l’ISEF e successivamente preso la Laurea in Scienze
Motorie. Inoltre ho notato un fortissimo calo di motivazione agonistica in chi
si arruola, spesso accade che… ci si siede.
Io ho preferito mantenere viva una certa, grande, tensione motivazionale.
La mia ricerca nel campo dell’arte è, in questo senso, molto simile
al mio stile di vita: una lunga, costante esplorazione dentro me stessa, che
non si vede, ma che si sente dentro e fuori.
D.:
Come sei riuscita a mantenere sempre vivo, durante tutta la tua carriera
di atleta, l’entusiasmo in ciò che facevi? Le Olimpiadi, ad esempio,
sono una cosa meravigliosa, ma la preparazione ad esse non è certo uno
scherzo...
R.: No, non è uno scherzo, te lo assicuro! Mangi, ti alleni, dormi. E
il giorno appresso ricominci: mangi, ti alleni e dormi.
In realtà, io ho sempre interrotto la pratica del judo dopo ogni Olimpiade,
per un breve periodo s’intende. Era l’unico modo per scrollarmi
di dosso tutte le tensioni accumulate e per ricaricare le batterie.
Inoltre, a partire dai 24 – 25 anni ho imparato a gestirmi come atleta,
cosa indispensabile se si vuole durare a lungo e raggiungere dei risultati.
Ecco perché ritengo sbagliato che si consideri un’atleta “vecchio”
a partire dai 24 anni in avanti, perché è proprio quello il momento
in cui, salvo casi eccezionali, si mette a frutto l’esperienza acquisita,
si matura tecnicamente ed agonisticamente, e si impara a gestirsi.
D.:
Sì ma, all’interno del mondo sportivo competitivo, l’atleta
ha un qualche peso, o è solo un soggetto animato?
R.: L’atleta è l’anello debole della catena sportiva agonistica.
Viene sempre “schiacciato” dagli allenatori e dal sistema, che tendono
a spremerlo oltre misura. E’ il militare di prima linea, il soldato di
trincea che, se non ha alle spalle una cultura sufficiente, o una famiglia,
oppure degli affetti che lo sostengono, rischia davvero di scoppiare.
D.:
E tu come hai fatto a non scoppiare?
R.: Cercando dentro me stessa l’equilibrio e le motivazioni giuste per
andare avanti. Inoltre sono stata fortunata, nonostante mi sia imbattuta in
soggetti di varia qualità, ad incontrare anche persone giuste che mi
hanno accompagnata nel mio viaggio.
E poi ho sempre potuto contare sull’appoggio della mia famiglia.
Insomma, mettendo tutto insieme, un’atleta può raggiungere grandi
traguardi anche senza barare, perché lo sport insegna, questo è
il suo fine educativo.
Se si disconosce questo, allora non resta più nulla…
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D.: Nessuno ti ha mai detto, dapiccola, guardando
la tua conformazione fisica così poco orientale, “Ma dai, lascia
perdere il judo e gioca a basket...”?
R.: Noo, assolutamente, ero troppo talentuosa. Considera che con due allenamenti
alla settimana, in terza media, ho vinto i Campionati Italiani...
No, ho sempre cercato di sentirmi libera nella pratica dello sport, libera di
esprimermi e di guardarmi dentro. Poi, la mia sensibiltà tattile ha fatto
il resto.
D.:
Sensibilità tattile?
R.: In gara io riuscivo ad avvertire lo stato d’animo della mia avversaria
semplicemente afferrando il suo judogi (la casacca indossata dagli atleti durante
le competizioni): paura, nervosismo, sicurezza di sé, sentivo queste
sensazioni e ne traevo vantaggio.
E’ per questo motivo che mi esprimo così bene nella scultura, perché
è una forma di arte fisica.
Si tratta, secondo me, di una forma di empatia, che anche ogni buon insegnante
dovrebbe avere.
Olimpiadi
di Barcellona, 1992
D.:
Tu come ti trovi ad insegnare?
R.: Bene, faccio di tutto per ribaltare l’assioma “Grande atleta,
cattivo maestro”, e mi piace farlo.
Nei miei studenti ricerco soprattutto la curiosità e la voglia di non
sedersi mai.
Spesso non è facile, lo comprendo. Il judo è una disciplina che
mette a nudo la personalità e dietro la quale non ci si può nascondere.
Oggigiorno, per un giovane, ci sono moltissimi motivi di distrazione, tanto
è vero che mi sento di ringraziare sinceramente tutti coloro che iniziano
a praticare questo sport (che è anche Arte) con me, o da qualsiasi altra
parte, perché potrebbe benissimo fare altre cose!
Come, poi, succede spesso: i ragazzi, dopo un certo periodo di pratica, scelgono
davvero di fare altre cose, di prendere altre strade.
Molti di loro hanno semplicemente bisogno di una guida, e spesso sembra che
ti rispettino solo se lì schiacci…
D.:
Comportamento tipico di moltissimo sedicenti maestri di arti marziali
italiani, anche bolognesi…
R.: Di solito è chi ha paura del confronto che mette distanza
tra sé ed il proprio interlocutore, e si fa chiamare “Maestro”:
chi non teme il confronto, invece, spesso lo ricerca.
In ogni caso, io preferisco il dialogo, perché solo così avviene
lo scambio di conoscenze.
A Scienze Motorie, per esempio, io tengo un corso di judo che, dal punto di
vista accademico, è un insegnamento complementare: pertanto, nessuno
obbliga i miei ragazzi a frequentarlo.
D.:
E loro come rispondono?
R.: Bene, perché c’è molta curiosità, specialmente
intorno al sincero, diretto confronto uno – contro – uno del judo.
D.:
Anno 2005: chi è Emanuela Pierantozzi? Una docente accademica,
una Maestra di judo o un’artista?
R.: Un’artista, senza dubbio. Come ti ho già detto, mi sentivo
tale anche quando gareggiavo. Pensa che, tanto per fare un esempio, durante
le operazioni del peso prima di andare in gara, io osservavo la fisionomia delle
mie avversarie e da queste traevo già le mie conclusioni sul loro judo.
Quando andavo alle riunioni, io disegnavo bozzetti dei visi dei presenti.
Non sentivo un gran bisogno di visionare preventivamente filmati delle loro
gare per studiarne i punti deboli.
Grazie alla mia sensibilità tattile ho sconfitto atlete fisicamente più
forti di me.
Io amo l’arte perché apre la mente, crea nuovi spazi, ed è
per tutti: e, soprattutto, deve essere mostrata a tutti. Senza bisogno di urlare,
o, peggio, di violentare. Chi lo fa, e ti assicuro che sono in tanti, usa l’arte
per sfogare il proprio malessere, come uno psicodramma..invece d’andare
in cura.
D.:
Dalla nostra umile tribuna di Capitasport, c’è un messaggio
che vuoi lanciare?
R.: Sì, ed è un messaggio che oggi come oggi è sulla bocca
di tutti, ma non è minimamente sentito: il valore educativo dello sport.
Specialmente quando si perdono le gare.
D.:
Sante parole. Infatti tutti dicono che dalle sconfitte si impara, ma
chissà perché tutti preferiscono vincere…
R.: Quando vieni schienato, vieni schienato, punto e basta. E’ successo.
A me, a te, a tanti altri. E’ come ti rialzi e come ti guardi indietro
che fa la differenza.
In questo senso, è importantissimo essere circondati dalle persone giuste,
che non ti viziano e che cercano di farti vedere le cose in modo obiettivo.
Il grande Marco Pantani era un formidabile atleta, che aveva vinto tanto, ma
che è stato schiacciato da un sistema che non gli ha dato respiro.
D.:
Veniamo al judo propriamente detto. Sono sempre stato incuriosito dal
fatto che tu ti allenavi spesso con i colleghi maschi. Non è difficoltoso,
in uno sport fisico e di contatto, come questo?
R.: No, affatto. Tieni conto che ho due fratelli maschi…piuttosto, il
mio problema era che non amavo talvolta allenarmi con le ragazze perché
le trovavo un po’ “molli”, e, d’altro canto, allenandomi
troppo con i maschi, finivo per concentrarmi eccessivamente sul lato potenza
e perdevo l’abitudine al judo “avvolgente” e sensibile delle
donne.
Oggigiorno è piuttosto comune trovare judoka di sesso opposto che si
allenano insieme, c’è molta parità.
D.:
Non possiamo però passare sotto silenzio che la diversità
naturale esiste...
R.: Sì, e va esaltata, perché è un valore aggiunto. Come
insegnante io sottolineo sempre il vero significato del concetto judo, che tradotto
in italiano vuol dire “via della cedevolezza”: la potenza è
facilmente allenabile, ma non basta. Il judo è sensibilità: l’avversario
forte e potente viene sempre battuto dalla sensibilità, ossia dalla capacità
di cogliere il momento di disequilibrio dell’opponente.
D.:
Parliamo di training...
R.: Quando ci si allena è fondamentale sviluppare la sensibilità,
mediante la pratica con il partner: a questa va unita una robusta preparazione
atletica ed un corretto (e sottolineo corretto) programma di allenamento con
i pesi, che permetta di sviluppare la forza esplosiva.
Quando si è in gara, invece, bisogna concentrarsi unicamente sulla sensibilità:
cogliere l’attimo in cui il nostro avversario può essere sbilanciato
e….farlo volare!
D.:
Il judo è per tutti?
R.: Assolutamente sì: e, con una buona scuola, anche per tutte le età.
D.:
In conclusione: tu che vivi, ed hai vissuto, in tante città diverse,
che voto daresti a Bologna come città di sport?
R.: A Bologna ci sono tante opportunità di pratica, da questo punto di
vista è una splendida città. Tuttavia, accade spesso che ogni
comunità sportiva tenda a guardare ognuna esclusivamente nel proprio
orto, facendo venire meno una buona comunicazione che sarebbe (Olimpiadi di
Atlanta, 1996) molto utile a tutti coloro che vorrebbero essere iniziati alla
pratica di uno sport. Questo perché a Bologna c’è benessere.
In ogni caso, resta sempre la mia città, dove spero di poter tornare
al più presto ed aprire uno spazio judoistico tutto mio.
A
presto, allora!
Alessandro Fiumetti
Olimpiadi di Atalanta, 1996
Foto ed informazioni per gentile concessione del sito www.emanuelapierantozzi.com