Lonore delle armi
di Claudio Lolli
E uscito recentemente un
bel romanzo del mio amico trentino-bolognese Alessandro Tamburini,
che si intitola "Lonore delle armi".
E ambientato in Eritrea, in Etiopia.
Il protagonista va alla ricerca della memoria del padre che ha
combattuto, sotto il comando del Duca DAosta, nella
battaglia, persa, dellAmba Alagi.
Il romanzo comincia proprio così, con la scena del Duca DAosta
che, da sconfitto dignitoso, passa in rassegna i suoi straccioni
prigionieri. Straccioni e prigionieri ma, appunto, con lonore
delle armi. Con lonore di chi ha creduto, o è stato
costretto dalle circostanze a credere, in unimpresa che
oggi è facile definire sbagliata, nel miglior caso, velleitaria
e utopica. Ma non è certo di storia né di politica a posteriori
che qui si tratta, piuttosto di un romanzo familiare.
Come il padre disperso del mio amico romanziere, allAmba
Alagi cera anche il nostro amico e "padre" Vito,
della trattoria da Vito, anche lui prigioniero e straccione,
anche lui sconfitto con onore. Ma certo Vito sapeva che non
sarebbe rimasto o finito lì, sapeva che avrebbe ricominciato una
vita altrove, una vita migliore. Pensate a un ragazzo dell
Undici, figlio di fabbro e che da fabbro comincia a lavorare
nella dolce e dura collina bolognese di Monterenzio. Ma i fabbri,
quelli che maneggiano il ferro, spesso non sono ben visti dal
Mascellone al potere, e laria più propizia è quella dellemigrazione.
(Come li avranno chiamati allora: extra africani?) LAfrica....
E gli affetti? Quelle dimensioni fondamentali della vita che lemigrazione
strappa con tranquilla violenza? La fidanzata di Monterenzio lo
sposa per procura, poi lo raggiunge, poi insieme, per sempre,
Rosina.
La guerra mondiale e, appunto, lAmba Alagi, la prigionia in
India, in Australia, in Tasmania, con la Rosina che fugge in unautobotte
e: "ci mise tre mesi per tornare in Italia", dopo aver
imparato la ricetta delle uova alla cingolina, e cioè di uova
aperte sul carro armato sotto il sole di mezzogiorno, che si
cuocevano da sole, al sole....
Poi finalmente, purtroppo o per fortuna, di nuovo lItalia.
La temperata Italia in cui per cuocere delle uova ci vuole un
fornello a gas oppure, perché no? un ristorante.
Un ristorante, una trattoria, unosteria, un posto in cui
fermarsi, comunque, quando i cavalli sono stanchi.
E a Bologna di cavalli stanchi e bisognosi di rifocillarsi, dalla
fine dei 60 in avanti, ce ne sono parecchi. E da Vito
cominciano a passare la sera molti artisti, vicini e lontani,
stanziali o nomadi: da Guccini, che ne fa una specie di
dependance di casa sua, a Ornette Coleman, il violinista
leninista, che sembra voler copiare lidea di Vito e
trasferirla a New York...
Avete avuto una vita così? Conrad ci avrebbe scritto un bel
racconto.
I vostri figli avranno una vita così? Speriamo. Noi, come sempre
generazione di mezzo, abbiamo viaggiato per isole più aspre, per
utopie più astratte, per delusioni più deprimenti. I nostri
romanzi familiari sono decisamente più minimalisti e carveriani:
storie in cui non succede niente, nella vasca da bagno si fissa
il proprio ombelico e ci si riflette sopra. Leroismo, le
avventure dei padri, anche se sconfitti, hanno sempre invece lonore
delle armi.
Dellonore non parliamo, delle armi abbiamo conosciuto
soltanto il prezzo. Politico. Ci sono anche le idee per fortuna,
e, appunto, pare che persino Ornette Coleman volesse copiare lidea
di Vito...
Due cornetti semicaldi e un antipasto. Un tempo il mitico Pierino,
sempre sorridente anche perché privo di denti; poi un Beppe
Ramina, giovanissimo, che serviva ai tavoli, riccioluto e
scherzoso. A qualsiasi ora sigarette e vino, una piccola famiglia
sgangherata e amichevole, gli amici. E un nome, Vito, e tutte le
ragazze che ci ho portato. Come se volersi bene (scusate il
sentimentalismo) che fuori era così difficile, divenisse lì
dentro semplice e naturale come lo erano tutti.
E non dimenticherò mai, di Vito, lintonazione grave e
minacciosa, a cui nessuno dava credito, quando verso le due e
mezzo passava per il locale intimando: "Signore si chiude".
Per le merende celesti, caro Vito, te lo dico proprio in nome
delle tue merende celesti: tu mi hai insegnato una cosa
fondamentale. La tua bonaria ironia mi ha insegnato, come un
imperativo categorico, che "non si chiude mai". Quando
ho saputo della tua scomparsa questa è stata la prima, e forse lunica,
cosa che ho pensato: "Signori, non si chiude.
Non bisogna chiudere mai, mai".
Il Begavito 1988 - Realizzato da Franco Franzoso (Il Gallo)